L’errore di Platini

L’errore di Platini

Sabrina è rimasta delusa dai carri del Carnevale di Viareggio; piove, i carri con la pioggia non si godono, facevano schifo, dice a Gianni. Ha guardato le vetrine di Versace, almeno, in quella domenica uguale a tutte le altre domeniche dell’anno. Se non che, la Juve ha perso in casa. E per Gianni questa sconfitta è una vittoria. Che ci importerà, pensa Sabrina. Per la schedina. Gianni ha fatto tredici. Ha controllato tutto il pomeriggio, da solo, ha controllato ancora e ricontrollato. Tutti quei pareggi, la Juve che perde in casa, uguale uguale ai risultati indicati. Tredici? ripete Sabrina. Tredici, tredici. Milionari. Ma mi prenderà per il culo, pensa Sabrina. E allora si mette anche lei a controllare, con ogni trasmissione sportiva, ripete i risultati, guarda la schedina, guarda Gianni...cominciano a ridere, si scatena l’euforia, saltano e gridano per la casa, poi pensano sssshhh, che ci sentono, facciamo come se niente fosse. Ma in culo tutti, invece! si sfoga Gianni, pensando già al suo lavoro di rappresentante, a come dare la svolta alla sua vita. E Sabrina pensa che, finalmente, possono fare qualcosa anche per la loro figlia Marina, che non capisce, non sa quanto sta succedendo. D’altra parte è la loro piantina, una piccola bimba che, durante il parto, è rimasta per qualche secondo senza ossigeno, probabilmente per un errore medico. Quei pochi secondi hanno provocato un danno irreversibile a Marina, gravemente cerebrolesa. Incapace di ogni movimento volontario, Marina richiede una assistenza continuativa e premurosa, che stanca non poco Sabrina. Ma adesso, adesso con i soldi che hanno vinto, possono permettersi non solo di sognare una vita più comoda, ma di averla, ed in culo tutti...

L’errore di Platini ha avuto una lunga gestazione: dopo essere stato rifiutato più volte negli anni Ottanta, quando Recami l’aveva scritto, probabilmente per i temi delicati e non in linea con il boom economico di quell’Italia ormai lontana, è stato ripescato e pubblicato solamente nel 2006, vent’anni dopo, ed oggi viene giustamente ridato alle stampe nella collana “La memoria” della Sellerio. Un romanzo che non può lasciare il lettore indifferente perché quello che si pone è il problema della ricerca della felicità, del pensiero che spesso ci affligge di vivere se non una vita tutto sommato mediocre, una vita che non è al pieno delle sue potenzialità. Ma è anche un romanzo sull’amore e sul sacrificio, su quanta fatica vi sia dietro il vivere quotidiano, nelle azioni di svegliarsi, prendere la macchina e andare a lavorare giorno dopo giorno, per poi tornare a casa e ritrovarsi il proprio partner, e i figli, ed i problemi della casa, e della salute, e dei soldi, ed ogni giorno così per trenta giorni al mese, trecentosessantacinque giorni all’anno. Un amaro affresco di una famiglia normale, che non riesce, forse non ha i mezzi, non li ha avuti o non li ricerca neppure per cercare quanto veramente le manca, se qualcosa davvero le manca (e, forse, le mancherà sempre). Recami utilizza una scrittura asciutta, senza dialoghi diretti, che riporta immediatamente agli anni Ottanta, zeppa di marchi allora in voga, e per chi ha abitato in provincia in quel periodo è facile ritrovarsi immediatamente in quelle atmosfere così ben descritte, nel pettegolio delle signore del condominio, nella voglia di riscatto, nella rabbia repressa di fronte alle possibilità mancanti e mancate.



 

 

 

 
 
 
 

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