L’esercito delle cose inutili

L’esercito delle cose inutili
Raimond è uno che nella vita si distrae parecchio. Abitava in un'isola, poi a un certo punto - “da un certo tempo quanto? Be', non ne ho la più pallida idea” - arriva in un luogo strano, che inizialmente non si capisce che posto sia. Succede che un giorno, mentre cammina per la strada deserta come un randagio, incontra un tipo alto un litro di latte. E del cartone di latte ha pure la forma. A dire il vero, Raimond ci mette un po' a capire che quel tale è un libro. Il suo nome è Res. Allora il suo nuovo amico lo porta in questo posto in cui abita, si chiama Variponti. E nel paese di Variponti, Raimond e Res non sono soli. È “il posto adatto” di tanti: acrobati, stiracravatte, macinacaffé, cavalli spersi, poeti che declamano poesie, guardatori di luna, trapiantatori di primule... Insomma un vero e proprio esercito di inutili (ma felici). Eppure tanto inutili non sono, se possono marciare compatti dopo esser venuti a conoscenza della “lettera terribile” per aiutare Guglielmo...
Fosse per me, vi racconterei tutto il libro: dall'inizio alla fine. Ma non per dispetto, soltanto perché mi piacerebbe che tutti conosceste la storia di Raimond e Res (alla fine ho scoperto che il suo vero nome è Reso, questo almeno devo dirvelo), di Garibaldi e di Guglielmo Strossi. Vorrei presentarvi la ballerina di plastica e il suo cavatappi. I costruttori di aquiloni. Martina e Dennis Cartozza (bullo senza orecchie). L'esercito delle cose inutili è una storia da raccontare ai bambini, e da leggere da adulti perché il Paese di Variponti non è solo il luogo adatto per le cose inutili, è una metafora della vita, di quello che siamo quando nessuno ci impone cosa fare. Eppure, tutti noi, non siamo solo ciò che ci fa star bene, siamo anche ciò che è giusto fare. Perché “inesorabilmente” tutti possiamo scendere sul piede di guerra, se qualcosa ci fa ribollire il sangue di rabbia. E se proprio alcuni di noi (ma io non sono fra questi) alla guerra non sono tanto portati, ci sono sempre delle primule da piantare, dopo la battaglia. Dei fiori che stanno lì, anche se nessuno li vede, solo perché qualcuno li ha piantati.

 

 

 
 
 
 
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