L’estasi dell’influenza

L’estasi dell’influenza
È possibile che uno scrittore sia oggi originale? È possibile non essere influenzati dalle letture, da ciò che vediamo e sentiamo, dai messaggi che senza sosta arrivano al nostro cervello? Quale il confine tra influenza, citazione, omaggio o plagio? E come collegare, ne L’estasi dell’influenza, riflessioni su Calvino, Philip K. Dick  e Bob Dylan a quelle su droghe, cyber-culture, undici settembre, Marlon Brando, Drew Barrymore e, ancora, graffiti, modernismo e postmodernismo? La risposta ce la fornisce lo stesso Lethem: attraverso una raccolta di saggi sui temi e le questioni che più piacciono a un autore, messi insieme per tracciare “una sorta di autobiografia” e così sviluppare un’ “involontaria biografia della nostra cultura”…
Il titolo della raccolta gioca su quello di Harold Bloom L’angoscia dell’influenza, in cui lo studioso analizzava il concetto di intertestualità diretta o indiretta all’interno delle opere moderne. A livello letterario, molti autori modernisti hanno sperimentato con la citazione, l’omaggio, la riscrittura. Basti pensare a Joyce, Eliot, Borges, e poi Calvino e altri pensatori come Roland Barthes o Umberto Eco. Si trattava di un preciso metodo di sperimentazione, più che motivato e documentato. Lethem invece scrive saggi che non sono saggi ma che descrivono, a metà tra critica e sproloquio personale, le sue ossessioni più intime. Non si tratta affatto di una biografia della nostra cultura ma della biografia di ciò che, della nostra cultura, egli ama o non ama. Secondo lui il postmodernismo sarebbe ciò che fece Eliot in La terra desolata ma “senza l’angoscia dell’influenza”, ossia con L’estasi dell’influenza, la gioia, quella di Lethem, di non essere originali. Nulla di più lontano dalle intenzioni e dalle sensazioni di Eliot, come rivelano facilmente i suoi scritti. La raccolta dunque fallisce come autobiografia e soprattutto come raccolta di pezzi critici: il vero critico non deve mai fermarsi al suo giudizio di valore personale ma è eticamente tenuto a fornire al lettore una spiegazione anche oggettiva che del testo sia una disanima comprensibile e utile. Dire “mi piace” o “non mi piace” non serve a nulla e non interessa a molti, almeno si spera. L’ossessione del critico verso un’opera, infatti, è già presente nella scelta di quest’ultima ed emerge, spontaneamente, dalle sua parole, negative o positive che siano. Lethem cita Calvino come suo punto di riferimento, ma il libro non può che suggerirci che, forse, avrebbe dovuto rileggere - o leggere meglio - Le lezioni americane.

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