L’estate dell’innocenza

L’estate dell’innocenza
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Beatrice, pur se ha appena nove anni, ha la grande capacità di osservare con occhio critico tutto ciò che la circonda, soprattutto le persone. Ha capito, per esempio, che sua madre è una donna fragile “come il cristallo dei bicchieri buoni” dei giorni di festa, troppo giovane, ingenua e innamoratissima del marito al punto da sopportare le angherie della suocera (che non è simpatica nemmeno alla nipote), ma delusa anche dagli atteggiamenti di lui che ha sempre cercato tutti i modi per passare del tempo fuori casa a divertirsi, soprattutto quando si tratta di rotolarsi nel letto delle altre. La madre di Beatrice l’ha sempre saputo ed esamina attentamente il rossetto sul colletto delle camicie o gli scontrini dei ristoranti dove non porta lei ma l’amante di turno, non preoccupandosi nemmeno di nascondere le prove. Si confida con la cugina di Beatrice, Antonia (lo stesso nome della nonna odiosa), famiglia normale, genitori felici e proprio per questo Beatrice l’invidia un po’. Ovviamente la mamma stava meglio con la sua famiglia d’origine e con sua sorella Olga che a Beatrice piace moltissimo, perché donna di mondo che lavora e sa “fumare bene” e tenere in mano un bicchiere anche meglio. Il fascino di questa zia è tutto legato ai ricordi di un foulard che Beatrice si è puntata sulla testa, specchiandosi e sentendosi grande, anche perché dopo le viene permesso di servire il caffè alla zia Olga e al console Ahmet Kemal, console di Turchia a Barcellona, del quale la zia è il braccio destro, perché responsabile delle pubbliche relazioni del Consolato, ma al tempo stesso si occupa anche degli affari privati di lui con le compagnie navali...

C’è sempre un passaggio, nella vita dei bambini, che rappresenta il punto di svolta, un rendersi conto che la vita non è quella che si immagina giocando con le bambole o con i soldatini o le macchinine, né tantomeno con i racchettoni in spiaggia. È la vita delle mancanze, delle scomparse, dei momenti difficili che se proprio non vengono vissuti direttamente in famiglia, di certo sono molto vicini e coinvolgono. E in quel momento così particolare si tirano le somme, per quanto consente l’esperienza, guardando, a volte, con occhi diversi chi ci ha circondato e che abbiamo ammirato. È così che la piccola protagonista di questo ennesimo romanzo di Clara Sánchez, che guarda alla mamma con grande amore e alla zia con ammirazione infinita, filtra poi queste sue “prese di coscienza” con il rapporto che le due donne così importanti nella sua vita hanno con gli uomini, due uomini differenti, perché il primo, suo padre, totalmente disinteressato a sua figlia, il secondo, lo zio, partecipe e coinvolto, mentre le insegna a nuotare, mentre si batte per continuare a vedere il figlio dopo la separazione. Insomma la fotografia scattata dal romanzo è quella esatta dove si chiudono i ricordi dolci dell’infanzia in una scatola e si scopre che la vita, nei suoi alti e bassi, non è propriamente una favola, anzi, tutto quello che prima sembrava possibile e rendeva invincibili, in realtà non è così. E quei continui traslochi di città in città fino a Madrid, quelle vacanze al mare tutti insieme, quella netta assenza di sfumature, all’improvviso diventano la meraviglia della fanciullezza.



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