L’età dell’argento

L’età dell’argento
Un’isola in mezzo al mare, lontana da ogni dove e ogni quando. Un microcosmo in cui tutto sembra procedere, sonnolento, uguale a se stesso. Eppure nell’aria una sensazione silente, crescente:  che qualcosa di vago, indefinito, e pur molto vicino, stia per accadere – alone di un mistero ancestrale. Nella sera grigiargento, voci di ragazze che sulla piazzetta vicino al porto scherzano sui loro sogni leggeri, un’età tralucente agitata dal vento e dalle risa. Ma una notte, nel buio della collina, un lamento, un grido moribondo – d’animale o d’uomo? Su quello stesso pendio, quella notte, qualcuno ha visto l’ombra d’un uomo col cappello a larga tesa fuggire furtivo, un’ombra che getta un sinistro presagio su quel lamento. L’indomani, il corpo di una sedicenne, di quelle ragazze che al porto con la loro voce cilestrina riempivano l’aria di una giovane sera di speranze e attesa, viene trovato, cadavere, in fondo ad un pozzo. Quell’isola ridestata dal suo elegiaco torpore sperimenta la rottura – tragica – di un equilibrio, e in un’aria che si fa sempre più vibrante d’attesa cerca l’anello che chiuda la catena di un mistero insoluto. Chi è l’orco che ha reciso quella giovane vita, nata e cresciuta nel grembo di quell’isola? Si annida forse entro le viscere stesse di quei luoghi? O è colui che viene da fuori,  lo straniero che è stato visto aggirarsi al porto – l’unico con un cappello a tesa, colui che misterioso cela la propria  identità e si tiene lontano dal borgo alto proprio lì dove fu compiuto il delitto? A poco a poco, in un crescendo di suspense, i fili narrativi, che si stringono e si allentano e tornano a farsi fitti nel farsi della storia, ci portano sempre più all’essenza del mistero di quell’isola: un mistero profondo e vero, vicino ed evanescente come gli archetipi di un mito…
L’età dell’argento è un racconto i cui fili narrativi partono da capi tra loro molto lontani, sapientemente costruito a partire da tre parole apparentemente così distanti. È la stessa Ginevra Bompiani a parlarcene nella prefazione, quando racconta di aver ritrovato la forza narrativa nel mettere a nudo, sulla pagina, tre parole  - o espressioni - dalla potenza evocativa: farina, “silver age”, “nostos”. Farina:  come quella degli orchi e delle orchesse delle favole, una parola che evoca lo spazio chiuso degli antri,  e dunque un senso di  protezione e insieme minaccia di ogni “recinto” (così è l’isola stessa, così è potenzialmente ogni casa). “Silver age”: l’età dell’argento, quella di una sera limpida e giovane, carica di promesse, di vita e di speranze, di futuro e spazi aperti - ma anche di leggerezza. “Nostos”: ritorno, quello di Ulisse (come qui, di quell’apparente straniero), una metafora della vita fatta di partenze (o fughe) e ritorni, di ricerca di libertà e ancoraggi, di perenne attesa e insieme di compimento. Da queste tre parole, come capi di una composita matassa, traggono origine tre fili che da lontano via via si intrecciano, si intersecano, portando con sé un alone evocativo, vago, indistinto dal sapore archetipico  - frequenti,   espliciti o sottintesi, anche i rimandi letterari (che il lettore si divertirà a ravvisare).  Pian piano i fili si annodano, in una storia che si avvolge su se stessa e man mano si arricchisce, si meglio definisce, si amplia, si approfondisce e prende velocità per farsi trama composita, per poi tornare a stagliarsi su uno sfondo fuori dal tempo. Ne nasce un racconto che questa sorta di movimento a spirale rende appassionante e denso di mistero, e incisivo nel suo stesso valore simbolico, preciso e indefinito nel contempo – come non appassionarsi, poi, per gli amanti della scrittura,  anche al farsi stesso della storia, in questo processo ricorsivo e costruttivo che fa tralucere il laboratorio stesso dello scrittore? Ma insieme, Ginevra Bompiani guida sottilmente il lettore attraverso il carattere ambivalente dei “topoi” di un archetipo: gli spazi chiusi, il tema del viaggio, la stessa “età dell’argento” che dà il titolo al racconto - quell’età (che è dell’anima, innanzitutto) che è perenne attesa di un compimento e di una pienezza, l’attesa di un tempo che si vagheggia infinito e che si volge sempre oltre il presente vissuto a rincorrere “con pigra gentilezza” i sogni. Dove conduce questa attesa? Di che si nutre? E che farà di noi? Chi ama farsi interrogare si avventuri nella lettura di questo bel racconto, capace di farci riflettere senza mai rinunciare alla sua suggestione narrativa.

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