L’età dell’oro

L’età dell’oro

Che noia viaggiare, in realtà! Come a mezzogiorno, quando suona la sirena e l’orchestra dà il meglio di sé e ormai i confetti sono stati lanciati e sembra di essere stati convinti con l’inganno a partecipare a qualcosa che ha ragion d’esistere grazie al patrocinio di anime solitarie e perse, un campionario di emozioni di seconda scelta. Suona di nuovo la sirena: le passerelle e le corsie sono sgombre. La nave inizia a muoversi. Si vedono i volti dei cari e dei beneamati amici e parenti cancellati dalla distanza, e mentre ci si dirige verso il ponte per rendere il profondo e commosso addio alla skyline di New York i palazzi vengono nascosti dalla pioggia. Poi c’è la campanella dell’annuncio e si va sottocoperta a mangiare un pranzo pesante. L’obsolescenza potrebbe spiegare l’agghiacciante disagio che si prova osservando l'eleganza delle sale e il mare in burrasca. Cosa si farà fino all’ora del tè? Tra la cena e l’apertura della sala giochi? Cosa si farà da qui all’arrivo?... Giunto a Napoli scende alla stazione di Mergellina con la speranza di aver eluso il portiere. Solo una manciata di persone scende lì e non crede che lui sia tra quelli, ma non può esserne sicuro. C’è un piccolo hotel in una strada laterale vicino alla stazione, ci va, prende una stanza e nasconde sotto il letto la valigia che contiene il quadro, poi chiude la porta a chiave. Va a cercare l’ufficio della compagnia aerea per acquistare il biglietto, si trova dall’altra parte della città. È una compagnia piccola, l’ufficio è minuscolo e molto probabilmente l’uomo che gli vende il biglietto è il pilota. Il volo è previsto per le undici di sera; torna a piedi in hotel e non appena varca l’ingresso la signora della reception gli dice che un amico lo sta aspettando. È il portiere…

L’età dell’oro è il mito per eccellenza, una definizione che si è fatta frase formulare e ha attraversato il tempo dalle epoche più antiche fino a raggiungere i giorni nostri: è il periodo in cui spontaneamente la terra dà frutto, è la quintessenza del benessere, della sicurezza, della tranquillità, della felicità. È un mito, per l’appunto, un’utopia, qualcosa di irraggiungibile, qualcosa che si può soltanto vagheggiare, che ci si può porre come obiettivo da avvicinare senza poter far molto altro che sfiorarlo appena per potersi sentire comunque al meglio possibile, sicuri di aver trovato il proprio posto nel mondo. Qualcosa di molto simile insomma, cambiando quel che si deve, all’altro grande miraggio (che però talvolta qualcuno è riuscito a tenere stretto fra le mani almeno un po’) della storia dell’umanità, un ideale molto più contemporaneo: il sogno americano. La possibilità per chiunque, quali che siano le proprie condizioni di partenza, di conquistare, nella terra per eccellenza delle opportunità, la vetta della sua autodeterminazione. Un sogno che tuttavia è stato tradito, violato, vilipeso, vituperato, una medaglia che ha anche un lato oscuro: che è quello che interessa al premio Pulitzer John Cheever, che in questi diciotto folgoranti racconti, acuti, pungenti, taglienti, ferocemente indulgenti nei riguardi della debolezza, dipinge con toni acquerellati ma tratti decisi lo sgretolarsi della società dell’apparenza di fronte alla sostanza, talmente potente e disturbante da costringere talvolta a volgere lo sguardo. Come sempre la caratterizzazione di ambienti e personaggi, latin lover, insegnanti, domestiche e via discorrendo, è mirabile.



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