L’età straniera

L’età straniera

Al grave lutto della loro famiglia hanno reagito in due modi assai diversi. Lui, Leo, diciassette anni e un senso di colpa enorme a far compagnia alle sue giornate di adolescente brillante ma svogliato e alle sue notti tormentate da incubi che si concludono tutti allo stesso modo; lei, Margherita, sua madre giovane e bella, assistente sociale di professione, “il genere di persona che si iscrive a un sacco di corsi per cambiare l’andazzo della sua vita” affidandosi al destino perché “all’apparente autodeterminazione preferisce un fatalismo fai da te, sempre utile a scaricare il barile nel caso in cui le cose dovessero mettersi troppo male, o troppo bene”. Il padre di Leo era un matematico, un uomo intelligentissimo ma, come dice Margerita, “qualche volta lui era troppo. […] Troppo tutto”. Forse era troppo anche per la vita, e una mattina, mentre erano al mare, è uscito presto col pigiama e le ciabatte, è entrato in acqua e non ne è più uscito. Nelle conversazioni immaginarie col suo tribunale interiore Leo è sempre colpevole. Perché quella mattina ha visto suo padre entrare in mare, perché non è andato ad aiutarlo, perché non ha capito cosa stesse succedendo. Nei suoi incubi notturni, invece, lui parla a voce alta perché è affetto da sonniloquismo e, quali che siano, si sveglia sempre urlando “Aiuto, mamma, muoio”. A scuola è bravo, ma solo perché “è nato con l’aoristo in bocca”; in realtà studia poco, non esce mai di casa e si trascina dal letto al divano per tutto il giorno, soprattutto adesso in estate, con la variante di qualche canna che talvolta procura anche agli amici per tirar su qualche spicciolo. Leo è un ragazzone biondastro alto un metro e ottanta e assomiglia vagamente al suo idolo, Kurt Cobain. Margherita non lavora, vive della pensione di suo marito, ma fa la volontaria perché, sostanzialmente, cerca di dare così un senso alla sua vita e di riempirla. O forse, aiutando gli altri, crede di sentire meno dolore per non aver saputo aiutare il suo uomo. È così che sotto un lampione nel piazzale dell’Ortomercato ha incontrato Florin, stessa età di suo figlio ma piccolo e scuro, uno scricciolo cui si possono contare le costole, che si prostituisce arrangiandosi da solo lontano dai suoi genitori (e a volte portando loro dei soldi), che vivono di espedienti; è stato proprio suo padre a mandarlo per strada. Florin è rumeno e non parla italiano, a Margherita ha chiesto soltanto una merendina. Lei, tra tutti i ragazzini che erano lì, lo ha scelto “ come quando si sceglie un gatto in un gattile: tutti buoni a prendersi il più bello, il più sano, il più docile, ma a portarsi a casa il più pulcioso, sgangherato e gracile ci si sente buoni due volte, anche di più. Quasi eroici”. E così sua madre si è portato a casa quel ragazzino silenzioso e ha imposto a Leo questa convivenza forzata; chiedergli se fosse d’accordo è stata una formalità, lei è anche convinta che farà bene ad entrambi i ragazzi. La casa non è spaziosa e nella sua stanza Leo dovrà fare spazio a Iwazaru – così lui prende a chiamare Florin, come quella muta tra le tre scimmiette, che non parla perché non conosce l’italiano, ovvio, ma anche perché, proprio come la scimmietta, non sa dire il male…

Una bella storia, questa di Marina Mander, già autrice di diversi romanzi, tra i quali alcuni buoni successi come La prima vera bugia; una storia che è stata definita romanzo di formazione, di certo il racconto dell’età in cui ciascuno è straniero a se stesso “come mai, prima e dopo, nella vita”, per citare le parole con le quali Benedetta Tobagi lo ha proposto al Premio Strega 2019, nel quale si è piazzato tra i dodici finalisti. Il protagonista, Leo, è un adolescente complicato e introverso e – come ha raccontato l’autrice – “ha una irruenza verbale tipica dei ragazzi, non ha mezzi termini perché non ha mezzi pensieri”. La sua, ha detto ancora, è una “età in cui c’è una sorta di manicheismo e per questo lui non ha alcuna intenzione di entrare nel mondo del compromesso”, ma, privo quasi del tutto di sovrastrutture e con la sua brillante intelligenza, è in grado di esprimere con lucida fermezza il suo giudizio nei confronti di una madre che ai suoi occhi è superficiale nel suo buonismo che la porta “a farla facile” troppo spesso e anche il suo iniziale rifiuto nei confronti di Florin. Il ragazzino romeno sembra quasi la maschera muta del dramma greco classico, un personaggio destinato a dar risalto, col suo silenzio, alle parole (che più spesso sono pensieri) dell’altro; come se le troppe parole di Leo dovessero piano piano trovare pace nell’assenza di parole di Florin. Il loro legame cresce lentamente – paradossalmente e indicativamente – non certo grazie ad una lingua condivisa, quasi a dire che le parole, a volte, non servono. Non servono per conoscersi, per capirsi, per scoprirsi, per imparare ad apprezzarsi. Florin fa quasi da specchio, da elemento catalizzante, quello necessario all’equilibrio troppo precario che Leo e sua madre hanno trovato dopo qualche anno dalla morte del padre, un lutto mai elaborato veramente da entrambi ma chiuso a chiave in un cassetto insieme alle loro vecchie fotografie, come se questo bastasse a tenerlo lontano dalle loro vite. Leo ha cristallizzato le inquietudini della sua età attorno al senso di colpa e al cruccio di non aver ancora mai fatto sesso, due tarli che lo corrodono quotidianamente in modo diverso e che accrescono le sue insicurezze e la sua insofferenza nei confronti del nuovo arrivato, giunto tra capo e collo ad invadere i suoi spazi più intimi. Florin, infatti, un padre ce l’ha, seppure lontano e all’origine della sua vita per strada, e alla sua giovane età conosce il sesso in tutte le sue possibili declinazioni. “Io, con questo problema del non essere abbastanza uomo, lui con questo problema del non essere stato abbastanza bambino”, dice, consapevole della vita difficile del suo coetaneo e, pure, in qualche modo paradossalmente provando una vaga forma di “invidia”. Nella cornice di una Milano decadente, questo romanzo parla dunque di adolescenza, di confronto con chi è diverso o sentiamo tale, di prostituzione, di lutti difficili da elaborare, di dinamiche familiari; tutti temi difficili da trattare senza cadere nella retorica o nei luoghi comuni. E invece Marina Mander riesce a parlarne con una scrittura delicata e dissacrante, come è la voce di Leo che racconta in prima persona, spesso facendosi scudo con una ironia anche abbastanza amara. Non succede quasi nulla nelle duecento pagine di questo romanzo, ma il lettore sente il protagonista cambiare, evolversi, crescere, modellato dalla presenza sempre meno ingombrante dell’altro ragazzo, che ha una tristezza diversa e complementare alla sua, e pure così simile. Fino a che il cerchio, che si è aperto sul mare, inconsapevole artefice della prima ferita destinata a non sanarsi mai del tutto, al mare si chiude. Perché al mare – protagonista anche della bella copertina – si ritorna in questa piccola storia, che dovrebbe pesare tanto ed invece è colma di sofferta leggerezza. Come dice Karen Blixen, “La cura per ogni cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime, o mare”.



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