L’eterno dodicenne

L’eterno dodicenne
Michel Gondry ha incantato gli spettatori di mezzo mondo con quel Se mi lasci ti cancello che oltre ad essere il film con il titolo peggio tradotto della storia del cinema (l’originale The Eternal Sunshine of the Spotless Mind ha tutto un altro sapore) è il perfetto esempio di come da una commedia agrodolce si possa creare una pellicola di grande spessore, con un finale di drammatica visionarietà. L’arte del sogno ha confermato il talento del regista francese, un lavoro sognante, infantile nell’approccio ma profondo nella narrazione, con quel tocco artigianale che manca al cinema dei grandi studios. Stessa cosa dicasi per Be kind rewind, geniale commedia con un folle Jack Black come protagonista. Il successivo The Green Hornet ha invece spaccato critica e pubblico: qualcuno ha riconosciuto un discorso coerente e lineare, altri lo hanno interpretato come un mezzo passo falso in una direzione (un cinecomix poco allineato rispetto agli altri) lontano dalle corde del cineasta. In tutto questo, una serie di videoclip, tra cui quello di Bjork, che ne hanno cementato il successo e la fama anche tra i meno cinefili…
Prima di capire come e quanto il libro faccia il suo lavoro è necessario qualche domanda: è già giunto il momento per uno studio su Michel Gondry? Quattro lungometraggi, qualche corto e diversi videoclip sono sufficienti a delinearne una poetica ben riconoscibile? Per chi scrive la risposta a questi quesiti è sì. Non tanto perché si sentiva (già) il bisogno di analizzare il suo lavoro, ma quanto perché un regista dal suo talento necessitava di uno studio preliminare. Era insomma l’ora di gettare la prima pietra. Perché nel cinema di Michel Gondry si possono riconoscere gli elementi che gli garantiranno un futuro nell’olimpo della settima arte. Non che sia un ragazzino alle prime armi, perché oltre all’aver dimostrato ampiamente il suo valore è quasi alla soglia dei cinquant’anni. Però credo che tanto possa ancora dare, ritengo che le sue cartucce migliori siano quelle che deve ancora sparare. E tutto quello che ha fatto finora non può che fungere da fondamenta per quello che farà da domani. Ecco quindi perché il lavoro di Emanuele Protano, curatore del volume, non è prematuro. L’eterno dodicenne è diviso in due parti, la prima è una raccolta di saggi che attraversano trasversalmente il cinema del Nostro, la seconda analizza uno per uno i suoi film, in chiave tutt’altro che banale. Inutile parlare dei singoli scritti, meglio segnalarne alcuni particolarmente interessanti, come per esempio quello scritto a quattro mani da Mattia Della Rocca e Gloria Galloni, che si concentra sull’incontro tra psicologia e critica cinematografica nel cinema di Gondry. Se il titolo “Sogno/Memoria e corpi: primi materiali per una psicologia del cinema di Michel Gondry” può far pensare ad un noioso trattato di psicologia applicata, il lavoro prende la direzione opposta: analizza la tematica principe dei lavori del regista francese in una logica allo stesso tempo rigorosa, accademica, ma anche intellegibile e dinamica. Tra i saggi della seconda parte, che chiamare recensioni è riduttivo, spiccano quello dedicato a Human Nature, film di debutto, e a La spina nel cuore, documentario che Michel Gondry dedica alla zia, passato in sordina ma che in realtà nasconde una serie di elementi riconducibili a tutte le sue opere di fiction. 

 

 

 

 
 
 
 
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