L’etica vegetariana

L’etica vegetariana
In un articolo apparso nel 1914 sullo “Spectator” e intitolato Nuovo nutrimento cercasi, un giornalista si lamentava del fatto che l’approvvigionamento alimentare fosse adatto “non all'uomo civilizzato da scuole di cucina, ma a una razza di scimmie che si nutrono di frutta” ed anzi auspicava il ritrovamento di “qualche nuovo e grosso animale”, qualcosa che potesse combinare “il sapore della selvaggina con la sostanziosa solidità di una coscia di montone”. E aggiungeva che sicuramente esisteva qualche quadrupede fino ad allora trascurato che potesse fornire la carne adatta a soddisfare questa richiesta. Henry Salt risponde al redattore dello “Spectator” con un breve ed illuminante scritto, pubblicato per la prima volta dalla Vegetarian Society (istituita nel lontano 1847), suggerendo che nella misura in cui l’uomo è “veramente civilizzato, non da scuole di cucina, ma da scuole di pensiero, dovrebbe abbandonare le barbare abitudini dei suoi antenati carnivori e progredire gradualmente verso un più puro, più semplice, più umano e quindi più civilizzato sistema dietetico”...

Pioniere della difesa dei diritti degli esseri umani, attivista per l’eliminazione della pena di morte e per la promozione di regimi carcerari più umani e fondatore nel 1891 dell’Humanitarian League, Henry S. Salt fu anche uno dei primi a battersi per la difesa dei diritti degli animali, lottando per l’abolizione della vivisezione e cercando di diffondere quanto più possibile il vegetarianismo. Ed in questo breve ma lucidissimo saggio, Salt espone le ragioni della scelta vegetariana come unica via verso una vita etica e quindi “più umana”. È sorprendente come, nonostante sia stato pubblicato per la prima volta nel 1914, questo scritto analizzi e smonti punto per punto tutte le obiezioni che anche oggigiorno si oppongono alle ragioni di una scelta vegetariana o vegana. Dalle argomentazioni basate sulla “legge di natura, che ridurrebbe l’etica umana allo stesso livello di quella dei gattopardi o dei serpenti a sonagli”; a quelle mediche, secondo le quali la dieta vegetariana sarebbe incompatibile con le esigenze nutrizionali dell’essere umano; a quella, infine, che tira in ballo metodi “più umani di macellazione”. I riformatori alimentari ‒ intesi qui come i promotori del vegetarianismo ‒ “sono consapevoli del fatto che anche i prodotti caseari non sono necessari” scrive Salt, “nel frattempo, comunque, un passo è sufficiente. Riconosciamo prima il fatto che il mattatoio, con tutti gli orrori connessi, potrebbe essere facilmente abolito” e che “l’ignoranza, la noncuranza e la brutalità non sono prerogative soltanto dei rozzi macellai, ma anche dei compìti signori e signore le cui abitudini alimentari rendono necessari i macelli”. Attraverso un breve excursus che passa per il canone Buddista in Oriente e quello Pitagorico in Occidente e cita gli scritti filosofici di Plutarco e di Porfirio, Salt dimostra che già fare un passo e superare quello che l’amico Tolstoj ha definito il “primo gradino”‒ e cioè smettere di massacrare esseri a noi comuni esclusivamente per soddisfare la nostra gola ‒ sarebbe un avanzamento importante verso il cambiamento e verso una società più civile.

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