L’etichettario

ASAP è l’acronimo di As Soon As Possible, perché non dire “quanto prima”? E perché utilizziamo il termine curvy per indicare le rotondità delle forme di una donna quando potremmo dire “florida, giunonica, rotondetta, burrosa” e chi più ne ha più ne metta? E ancora, overbooking al posto di sovraprenotazione, pub invece che birreria, premier anziché primo ministro. Mainstream, hotlist, gap, first lady, easy, sono solo alcuni dei tantissimi casi in cui le parole inglesi hanno sostituito il corrispondente italiano diventando ormai parte del lessico quotidiano. Negli ultimi trent’anni non solo sono raddoppiate le parole inglesi che sono a tutti gli effetti entrate nella nostra lingua ma ne è anche aumentata la frequenza con la quale si usano. E noi, siamo proprio davvero sicuri di conoscerne a fondo il significato? Il linguaggio aziendale è saturo di anglicismi, tanto che oggi anche districarsi tra gli annunci di lavoro è un’impresa titanica; così come lo è scorrere i palinsesti delle reti tv, strabordanti di reality, talk show e sitcom. Si interroga Margherita Sermonti sul magazine Treccani: “Un sales executive avrà uno stipendio maggiore di un direttore delle vendite? In rete, fa più danni un hater o un seminatore di odio? Per il banchetto di un matrimonio è meglio scegliere una bella location o semplicemente un bel posto? Sarà più efficace una crema anti-age o anti-età?”. Insomma siamo davvero sicuri che non esistano alternative italiane che semplicemente non siamo più abituati ad usare?

Redattore, insegnante e autore di vari libri di linguistica, Antonio Zoppetti già in Diciamolo in italiano ha provato a quantificare il fenomeno degli anglicismi e ha affrontato il tema dell’anglicizzazione selvaggia della nostra lingua che secondo lui ha “superato i livelli di guardia” anche se la sua denuncia è “un po’ in controtendenza rispetto al pensiero di molti studiosi che continuano a negare che ci sia un problema”. Il taglio che ne dà qui l’autore è senza dubbio più leggero e decisamente adatto anche ad un pubblico giovane. Con una grafica accattivante, il libro – frutto di ben due anni di studio e di lavoro basato sulla mole di materiale che custodisce in archivio – si presenta come una sorta di dizionario, organizzato in ordine alfabetico e accompagnato dalle divertenti illustrazioni di Elinor Marianne. Un bel libro non solo da leggere ma anche da sfogliare. Nessuna demonizzazione, sia chiaro – afferma Zoppetti – ma la nostra lingua “è un bene comune, che rappresenta la nostra storia, le nostre radici, ciò che ci identifica e ci accomuna. L’italiano scritto ha secoli di tradizione letteraria, ma se consideriamo il parlato non ha nemmeno un secolo; è perciò molto giovane e fragile. È nato con la radio e la televisione, perché sino agli anni Cinquanta si parlavano sostanzialmente i diletti […] E invito tutti a studiare l’inglese, proprio per non mescolarlo né sovrapporlo in modo insensato alla nostra lingua, che stiamo depauperando senza esserne consapevoli”.

 


 

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