L’Holbein di Lady Beldonald

L’Holbein di Lady Beldonald
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La vita di un ricco pittore londinese di fine Ottocento è fatta di dimore eleganti, giardini, dame capricciose, ricevimenti e tè delle cinque, ma soprattutto è fatta di bellezza, di ricerca di armonia, di contemplazione di ciò che di più incantevole la natura ha da offrire agli occhi e alla mente affamati d’ispirazione. Ma non sempre la grazia risiede lì dove  l’aspettiamo, non sempre la pelle candida di una giovane donna rappresenta il perfetto emblema degli alti concetti che l’arte, da sempre, si propone di incarnare. E non sempre il tempo, spietato nemico della bellezza femminile, gioca a sfavore di quest’ultima: esistono casi, certamente rari, in cui proprio il tempo stringe con essa un’insondabile alleanza, e anziché distruggere l’opera perfetta del creato, finisce per definirla, arricchirla, se non addirittura plasmarla dal nulla, e del tutto. Di questo particolare e gradito scherzo del destino ne è un pregevole esempio Lady Beldonald, una donna che oltre ad aver attraversato da un pezzo il fiore degli anni, ha immolato la sua intera, silenziosa esistenza in nome della vanità, entrambe caratteristiche che potrebbero facilmente far pensare a sgradevoli risvolti, e che invece, nel suo bizzarro caso, hanno concorso a renderla magnifica, irrinunciabile preda per le passioni dell’artista. Il pittore ci racconta in prima persona l’esordio, lo sviluppo e infine l’inaspettata conclusione della breve vicenda innescata dalla sua richiesta di ritrarre Lady Beldonald. Assistiamo alla resistenza raffinata e infantile, partecipiamo del delicato ricamo di  precari equilibri su cui la nobile donna ha pazientemente intessuto la propria vita. Per l’agognata modella, il pittore organizza un party nel suo studio, vuole conquistarne definitivamente la fiducia e guadagnarsi l’approvazione necessaria affinché essa gli conceda di immortalarla sulla tela. Ma ecco che il meccanismo si inceppa: tra gli ospiti del ricevimento appare una figura minuta, in abiti austeri e modesti, con un viso che il protagonista e il suo amico parigino Outreau, non si trattengono dal definire “un vero Holbein”, una quadro in carne ed ossa, un soggetto unico e vivente. In un attimo il fascino di Lady Beldonald, la sua bellezza cristallizzata nel tempo soccombono, oscurati dalla visione di quella che, per ironia della sorte, la nobildonna aveva scelto come dama di compagnia proprio per la sua bruttezza e insignificanza…
Nonostante la brevità, che d’altronde caratterizza tutti i titoli della collana Il Voltaluna di Solfanelli, il testo di Henry James colpisce per la sua calibrata intensità. Si presenta come un piccolo scrigno intarsiato, curato in ogni minimo dettaglio, conchiuso e completo in sé stesso. I dialoghi del protagonista con gli altri personaggi e ancor più le riflessioni che intraprende tra sé e sé, sono evocativi di tutta un’epoca e di un luogo affascinante come la Londra di fine Ottocento: in molto meno di un’ora (il tempo che serve per leggerlo) questo libro ci trasporta all’interno di un frammento di storia che possiamo conoscere solo attraverso la penna dei grandi scrittori, e in più, lo fa lasciandoci calare nei panni del protagonista, rendendo l’esperienza ancora più tangibile e intima. Sperimentiamo quasi in prima persona il fascino che una visione come quella di Lady Beldonald e della sua dama di compagnia, poteva scatenare nell’animo sensibile di un uomo colto vissuto in un ambiente raffinato come quello che man mano ci si dispiega attorno. Anzi, come l’autore stesso sottolinea nel testo, è proprio grazie a quel certo ambiente che le due non più giovani donne, possono vivere un momento di così alta gloria e sentire il proprio nome risuonare nei palazzi e nei circoli della capitale inglese: “Naturalmente ci volle il nostro ambiente in particolare, col suo terrore infantile del banal, per essere così folli o così saggi; per quanto, io non abbia mai veramente saputo dove il nostro ambiente cominci o  finisca […]”. L’ironia è costantemente presente nel modo in cui James elogia e insieme si fa beffe di questo famigerato “ambiente”, capace di distruggere ma anche di innalzare e inchinarsi al cospetto del nuovo mito, della nuova fascinosa attrazione: “Possiamo fare questo: possiamo dare a una creatura indifesa e sensibile finora praticamente diseredata […] la pura gioia di una profonda sorsata del vero orgoglio di vivere, di un acclamato trionfo personale nel nostro superiore mondo sofisticato”. Sono innumerevoli gli stimoli intellettuali suscitati da questa breve e ricca lettura, e di questi fanno senza dubbio parte le riflessioni presenti nella presentazione del traduttore Sandro Naglia. 

 

 

 

 
 
 
 
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