L’imbalsamatrice

L’imbalsamatrice
Quelli come lei, a Trieste li chiamano giardinieri. Sono gli addetti alle pompe funebri che si occupano di lavare, imbellettare, imbalsamare i cadaveri prima che questi partano per l’ultima destinazione, la gelida fossa. La lei in questione si chiama N. (il nome completo lo scopriremo soltanto più in là) ed è sinceramente convinta, non certo per deformazione professionale, che l’unico modo per non separarsi mai dai propri cari sia quello di trasformare i cimiteri in vetrine aperte al pubblico sguardo, tipo l’urna in cristallo della mitica Biancaneve, sette nani permettendo. N. con i morti ha una certa confidenza, per non dire complicità. Li pratica tutti i giorni, in orario d’ufficio, intrattenendo con loro memorabili e impossibili chiacchierate sull’orlo dell’irriverenza. La notte, però, è un’altra storia. Cambiano le sue frequentazioni. N. va a caccia di carne calda, pulsante, con cui fare sesso sfrenato e, alla faccia dell’ex fidanzato filosofo che l’ha mollata – pare - per una tizia con due poppe sferiche che solo Parmenide poteva immaginarsi, divora ossessivamente corpi di donne, di volta in volta diverse. Perché? Banalmente, per sentirsi viva, o forse per scoprire fino a che punto si può morire. Ma non finisce qui. N. finta borderline, impresentabile nella società bene, paladina di tossici, mignotte, voyeur, alcolizzati, mancati monaci-boy scout-professori, è una che la sa lunga sul dolore dell’abbandono e, oltre, sulle sue devianti vie di fuga… 
Questo libro anticonvenzionale, schietto e sacrilego, prova (e riesce) a solcarne alcune, sintomatiche, con risultati che narrativamente ci paiono lodevoli, quando anche supportati da un’abbondante dose di ironia e sarcasmo, essenziali a garantire la distanza dall’avvenente, eppure noioso registro melodrammatico. L’autrice, giornalista navigata, già apprezzata poetessa, al suo esordio come romanziera, ci propone un testo ardito e ardente che rivisita alla luce della modernità i secolari quesiti esistenziali della vita e della morte, nonché di Eros e Thanatos, affacciandoci a prospettive tutt’altro che ciniche, estremamente mature, consapevoli, semmai coraggiose. Noir, splatter e marcatamente pop, L’imbalsamatrice è un racconto contemporaneo sulla difficoltà dello stare insieme coppia, amici, parenti, esseri umani in generale; un resoconto sulle piaghe che scavano i nostri corpi e in maggior misura le nostre anime terrene; una cronaca annunciata sulle parvenze e sulle realtà che fanno quasi sempre a pugni; un quadro a tinte forti sui grandi rimossi del nostro tempo: la Mors, il sesso. Vari gli accostamenti, soprattutto con la mainstream americana, che Tolusso si è guadagnata nelle generose recensioni al suo lavoro. A me, spudorata sostenitrice del buon made in Italy, piace citare un libro in particolare, per ragionevoli motivi assimilabile al suo, e non a caso, sottolineo, ancora di firma femminile: sto pensando a Tanatoparty di Laura Liberale, che fa il verso alla “fissità” della vita ostentando platealmente la messa in scena della morte della protagonista. I richiami, le analogie tra i due romanzi sono davvero interessanti, acutamente dissacranti soprattutto nell’ottica estetizzante cui ci siamo assuefatti a scandagliare ogni cosa (politica, in primis, docet). E testimoniano una volta in più la vena ossigenante che sta attraversando, con notevoli spunti di riflessione e angolature inedite, la nostra letteratura odierna scritta dalle donne. In barba a chi le credeva (e le crede, nonostante tutto) capaci di districarsi esclusivamente tra le note melliflue dei domestici focolari.

 

 

 

 
 
 
 
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