L’impero della polvere

L’impero della polvere

Valentina ha dodici anni, e vive con sua madre e sua nonna nella “casa cieca”, come la chiamano i ragazzini in paese. La casa ha tre piani, e finestre soltanto su tre lati, mentre il lato che accoglie chi arriva dalla strada è senza aperture: una sorta di scatola da scarpe, o un blocco di cemento bianco. E siccome, in qualche modo, la casa è considerata maledetta, poche persone le si avvicinano: il postino, e qualche ragazzo che per scommessa suona il campanello e poi se la dà a gambe. Tutt’intorno ci sono orti, campi, e recinti per gli animali: polli, galline, capre, mucche...La nonna va orgogliosa della casa cieca – i suoi genitori e i suoi nonni l’avevano costruita ancora prima della sua nascita – mentre la madre di Valentina sembra esserne oppressa, continuamente infastidita da ciò che non funziona: il rubinetto che gocciola, le imposte dal legno marcio. La stanza di Valentina è al terzo piano; prima di essere la sua stanza era stata una soffitta colma di vecchi mobili e cianfrusaglie, nella quale amava nascondersi da piccola, quando lei e sua madre litigavano. Poi era stata sgomberata, pulita e dipinta di azzurro da suo padre; sua madre, per farle una sorpresa, aveva attaccato al soffitto piccole stelle adesive che si illuminavano col buio. La stanza piace alla ragazzina, ma gli interni in legno provocano degli scricchiolii piuttosto sinistri che da sempre la inquietano, come fossero un cattivo presagio. Ecco che una notte arriva il sangue. Fasciata di carta igienica, Valentina lo sente colare caldo tra le gambe. Anche la parete di fronte al suo letto ha preso a sanguinare. Ma non vuole dirlo a nessuno, lo terrà segreto per il momento. Ancora non sa che i segreti prima o dopo vengono rivelati, e che la potenza di ciò che si nasconde troppo a lungo può avere conseguenze devastanti. Dopotutto, sembra che anche sua nonna nasconda un segreto: continua a massaggiarsi la pancia, nel tentativo di allontanare un dolore che sembra pungente. Ingenuamente (e sfacciatamente), Valentina le chiede spiegazioni, aspettandosi che sua nonna – molto rigida riguardo alla buona educazione – le risponda per le rime. “A volte, quello che puoi tenere dentro ha un limite”, risponde invece la donna, cominciando a fumare una delle sue sottili sigarette...

“Sono cresciuta in una famiglia matriarcale. Mia nonna è rimasta vedova giovanissima, i miei si sono separati e io ho vissuto principalmente con mia madre. Mi interessava approfondire il rapporto che si sviluppa tra le donne quando rimangono da sole”. La giovane reggiana Francesca Manfredi, insegnante alla scuola Holden di Torino alle prese col suo primo romanzo (nel 2017 la sua raccolta di racconti Un buon posto dove stare si è aggiudicata il Premio Campiello Opera Prima), ci presenta tre generazioni a confronto: una donna di un’epoca lontana che si approccia alla vita in modo rigido; una donna adulta attraente, vitale e ribelle che poco si cura del giudizio altrui; una ragazzina alle prese con l’adolescenza, una sorta di brutto anatroccolo che timidamente si prepara ad assaporare le gioie e dolori della vita. La nonna, la madre, la figlia: un’interazione tanto conflittuale quanto traboccante di affetto e solidarietà, protetta dalle mura di una casa imponente, a volte calda e confortevole, a volte messaggera di strani presagi; a volte, amplificatrice di timori e desideri. La casa cieca è la quarta protagonista della storia: le sue fondamenta sono solide, almeno in apparenza, e le calamità alle quali periodicamente è sottoposta – invasa da zanzare, cavallette e rane, in un esplicito richiamo biblico alle dieci piaghe d’Egitto – sembrano non scalfirla, ma solo renderla ancora più sinistra e inavvicinabile da persone esterne. Ci sono anche gli uomini nel romanzo: un padre assente che va a vivere lontano, in Russia, ma torna ogni tanto portando matrioske in dono; qualche buon vicino che aiuta la nonna nei lavori più maschili; un giovane uomo che corteggia la volubile madre di Valentina, la quale, dal canto suo, scambia i suoi primi baci in gran segreto con Marco. Uomini che stanno sullo sfondo: la loro presenza conforta, ma le donne, in sostanza, devono cavarsela da sole, unite da un filo difficile da spezzare, anche quando la casa cieca comincerà a scricchiolare e Valentina sarà spinta con forza fra le braccia del mondo. Cimentarsi in un romanzo, ammette la Manfredi, non è stato facile all’inizio: abituata al ritmo serrato dei racconti, ha dovuto familiarizzare con un ritmo più lento, entrando davvero in simbiosi con i suoi personaggi. L’idea per scriverlo è scaturita da una canzone: “Stavo passando l’aspirapolvere, mentre ascoltavo nelle cuffie Hurt dei Nine Inch Nails cantata da Johnny Cash. Mi rimase in testa una frase, che poi è quella che si trova in esergo: And you could have it all/ my empire of dirt/ I will let you down/ I will make you hurt. Da quel my empire of dirt è scaturito il mio impero della polvere”.



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