L’importante è che la morte ci trovi vivi

L’importante è che la morte ci trovi vivi
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Sono passati diversi anni dall’ultima volta che è andato in aereo. È andato in Arabia Saudita, lo ricorda perfettamente. Da allora il solo pensiero di salire su uno di quei mostri lo fa stare male. Durante quel viaggio infatti c’è stata una turbolenza. Si può dire che quell’evento sia stato un prologo a quella che diventerà poi la vera e propria paura di crepare. Un terrore, all’epoca sconosciuto, pervade Domenico completamente. Ci vogliono due ore per farlo scendere dall’aereo. A ben guardare, una cosa piuttosto ridicola. Eppure ora è sul suo jet privato, in direzione Roma. Non ne è affatto sicuro, ma ritiene che la percentuale di disastri aerei sui jet privati sia considerevolmente superiore a quella che si può calcolare parlando di voli di linea. Sicuramente perlomeno, pensa, è così nei film, e si ritrova a sperare che non sia lo stesso nella vita reale. Dicono che possedere un aereo privato sia l’apice della ricchezza di un essere umano. Si può avere uno yacht da sessanta metri oppure una società che fattura miliardi, ma finché non si riesce a comprarsi un jet nessuno riuscirà a vedere quella persona come un vero ricco. O forse questa, si dice Domenico, è solo la sua personale versione, quella che si racconta per giustificare il fatto che tra tutte le sue proprietà non ci sia uno yacht. Il suo accompagnatore, Momo, si versa un bel bicchiere di brandy. Domenico gli chiede se abbia mai preso un aereo. Momo risponde di sì, per venire in Italia. Domenico si stupisce. Pensava fosse venuto su un barcone. Il suo razzismo è sconcertante, sostiene Momo. Domenico replica di non essere razzista: altrimenti non sarebbe lì con lui. e gli guarda con invidia i denti bianchissimi, splendenti, che si stagliano sulla sua pelle scura…

Dario Bellini Tamburro è giovane, giovanissimo, poco più che ventenne. La sua scrittura, diretta conseguenza dei temi che con intelligenza sceglie di trattare, invece è molto matura, persino classica in certi passaggi, anche se appare evidente che, come verrebbe da ritenere che sia del tutto normale per la generazione più contemporanea, le modalità narrative della cinematografia e della serialità del piccolo schermo, ormai sempre più raffinata, abbiano avuto una certa influenza: la prosa di Bellini Tamburro ha infatti il grande pregio di un ottimo ritmo. È semplice ma non banale o superficiale, affilata, procede per sequenze ben amalgamate e conosce alla perfezione l’equilibrio e l’ironia (l’umorismo è sovente da brillante commedia nera): le situazioni che vengono riprodotte sono al tempo stesso assurde e più che credibili. E la parola chiave di tutto il suo discorso forse è proprio “tempo”: il romanzo infatti è una potente e variegata riflessione sul suo valore, e pertanto sulla reale importanza della vita, che è una delle pochissime cose che non si può comprare. Che non può comprare nemmeno la voce narrante e protagonista in prima persona, ossia Domenico Morganti, la cui imprevedibile odissea umana, come recita il sottotitolo del libro, è il fulcro del romanzo. Il giorno del suo compleanno il settantottenne ricco, stimato, temuto, arrogante e in fondo fragilissimo imprenditore (personaggio molto ben caratterizzato) veneto ha infatti un malore. Scopre così di avere un cancro al quarto stadio. Arriva dunque il momento del bilancio di una vita, in cui si rimettono nel giusto ordine le priorità, in cui non vale più la pena, anche se è la sola cosa che resta, di ostentare la propria ricchezza. Forse.



 

 

 
 
 
 

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