L’incendio nell’oliveto

L’incendio nell’oliveto

Benché ottuagenaria e ormai impossibilitata a muoversi dalla sedia posta accanto al focolare, nonna Agostina continua a mantenere salde tra le mani le redini della casa e a esercitare un saldo dominio sui componenti del nucleo famigliare. Sul figlio minore Juannicu, che all’avanzata età di cinquant’anni ogni sera torna ancora a nutrirsi di qualche avanzo e a dormire nella casa in cui è nato, dopo aver vagabondato per tutta la giornata tra le abitazioni dei parenti. Sulla nuora Caterina e i tre nipoti, che dopo la morte del figlio maggiore si sono posti a riparo sotto l’ombrello protettivo dell’anziana matriarca, l’unica a poter garantire loro una sia pur modesta forma di sussistenza ricavata da un modesto podere su cui sorge un oliveto. Ma nonna Agostina non si arrende al verdetto della sorte e, non appena Juannicu le reca la notizia della morte imminente della ricca zia Paschedda, riprende a tessere la tela di un potenziale riscatto economico che la parente facoltosa ostacolava impedendo il matrimonio di sua nipote Annarosa con il figlio di lei Stefano. Nonna Agostina incarica la nuora di recarsi subito a casa della moribonda, non immaginando tuttavia che la promessa sposa sia in realtà innamorata di un altro…

Pubblicato nel 1917, L’incendio nell’oliveto segna, insieme con Elias Portolu, Colombe e sparvieri e Canne al vento, uno dei massimi vertici della produzione letteraria raggiunti da Grazia Deledda nella prima parte della sua carriera artistica. Affollato di personaggi e di episodi, il romanzo costituisce a ben vedere quasi una summa dei motivi prediletti della scrittrice sarda: primo fra tutti quello dell’amore fragile e febbrile degli adolescenti che si frantuma nel confronto con una realtà aspra e spigolosa, qui rappresentato da Annarosa e Gioele. Intorno a questo nucleo, ruotano poi i temi consueti della narrativa verista: la roba, la lotta per il denaro e per il mantenimento del prestigio sociale. Fenomeni di ordine “materiale” che tuttavia non fanno di loro dei personaggi popolareschi, quanto dei testimoni di una dignitosa stirpe pastorale ormai decaduta. Ammorbati sia nel fisico che nel morale da questo incontrastabile processo di decadimento, essi trascinano la propria esistenza in una condizione di tormento logorante che accende i loro animi di pensieri malfermi e rende le loro azioni contradditorie. Mentre tesse la sua tela narrativa, la Deledda rompe dunque gli schemi naturalistici da cui era partita per assumere una connotazione solennemente morale, fin qui ignota alla letteratura verista.



 

 

 

 
 
 
 

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