L’incubo di Hill House

L’incubo di Hill House
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John Montague, antropologo e ricercatore di fenomeni paranormali, ha appena deciso di affittare per tre mesi Hill House. Come è ben noto, tutte le antiche dimore custodiscono dei segreti che esulano il campo del razionale. Ma Hill House è molto più di questo, agli occhi di tutti, soprattutto degli abitanti della cittadina più vicina, dà l’impressione che “qualsiasi cosa si muovesse lì dentro, si muoveva da sola”. Proprio come i cacciatori di fantasmi ottocenteschi, il sogno del professore è carpire i segreti di Hill House abitandoci per un periodo ragionevolmente lungo. La sua opera di ricerca necessita però di alcune persone speciali, ricettive a fenomeni inspiegabili e poltergeist. Così invita nella sua nuova dimora, per una vacanza diversa dal solito, diverse persone i cui nominativi ha attinto negli archivi delle società di parapsicologia. Eleanor Vance, che appena dodicenne, orfana di padre da meno di un mese, assistette insieme a sua madre e sua sorella a una violenta tempesta di pietre che si scagliò nell’appartamento in cui abitavano all’epoca (anche se del fatto accusarono sempre i vicini); Theodora, l’allegra ragazza che durante l’esperimento di telepatia indovinò 18 carte su 20 e infine Luke Sanderson, futuro erede di Hill House attualmente di proprietà dell’odiosa zia, che si guarda bene dall’abitarci. Ad accogliere il quartetto nell’oscura dimora, i coniugi Dudley, che però abitano a sei miglia dalla casa, a Hillsdale: se ne vanno sempre prima che faccia notte e avvertono l’ingenua Eleanor che nessuno sarebbe stato là se avessero avuto bisogno di aiuto. Di notte. Al buio…

L’incubo di Hill House, concepito da Shirley Jackson nel 1959, è considerato a ragione uno dei migliori romanzi del genere gotico e ghost story. Il cuore orrorifico della narrazione è il cupo maniero, che sembra vivere di vita propria. Non sono le morti violente che hanno fatto la triste fama di Hill House, né i bisbigli o i battiti sul legno che si odono ogni notte, a lasciare il lettore angosciato e con un brivido dietro la schiena. L’entità più mostruosa del libro è la casa stessa, che sghignazza alle spalle dei suoi sgraditi ospiti, che si diverte a giocare con le menti dei personaggi fino a farli quasi impazzire. Hill House, ci avverte l’autrice, è “una casa arrogante e carica d’odio, sempre in guardia, non può che essere malvagia”. Il personaggio che subisce prevalentemente gli attacchi malevoli della casa, che ascolta i suoi oscuri mormorii e le risatine sardoniche, i suoi lamenti e i suoi latrati ferini è Eleanor, l’ingenua Nell, che nella sua vita non è mai stata felice, che non ha mai avuto uno spazio tutto suo, costretta prima a vegliare sulla madre malata poi, dopo la sua morte, a trasferirsi dall’odiata sorella e dalla sua famiglia. Hill House gioca con Nell come il gatto con il topo, la convince di essere speciale facendole trovare delle scritte immense, candide di gesso, che invadono tutto l’andito e si rivolgono a lei e a lei sola: “Aiuto Eleanor torna a casa”. In questo modo Nell si persuade che quella casa è sua di diritto, che i suoi compagni di viaggio non capiscano fino in fondo tutto ciò che la casa vuole da loro. Neppure la moglie del professore, Mrs. Montague, aspirante medium arrivata appena quattro giorni dopo di loro per ascoltare e dare conforto ai poveri spiriti racchiusi fra le mura di Hill House, riesce a convincersi che la casa è tutt’altro che benevola nei loro confronti. Anche se nelle ore di luce gli ospiti riescono a creare un ambiente vacanziero, sotto i dialoghi e le battute non scompare mai il velo di attesa per ciò che aspetta loro la notte. Quando il gelo, che è più intenso in quella che è nota come “la camera delle bambine” si diffonde per tutta la casa, apre e chiude le porte, sbatte le finestre fino a infrangere i vetri, trema e sussulta e chiama Nell per nome. Dal libro sono stati tratti due film, Gli invasati, film del 1963 per la regia di Robert Wise, e il più moderno Haunting – Presenze, di Jan de Bont, nel 1999. Anche il maestro dell’horror moderno Stephen King ha dedicato a Shirley Jackson e alla sua arte narrativa uno dei suoi libri (L’incendiaria), con le parole: “In ricordo di Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”, in questo consiste l’horror psicologico, e la lettura di questo romanzo ci spiega bene quanto la dedica sia appropriata.



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