L’infanzia del mago

L’infanzia del mago
Il giovane Hermann Hesse vede nella figura dei suoi genitori non solo parenti premurosi, ma anche insegnanti e maestri. Ma trae importanti insegnamenti per la sua crescita anche dall’osservazione della natura che gli sta intorno: dalla volta celeste, dagli animali, dalle statue e dagli idoli che il nonno tiene nel suo studio e che sembrano a volte cambiare espressione. Tutta la sua infanzia è accompagnata dal desiderio di diventare un mago per poter trovare tesori nascosti, salvare gli infelici, liberare prigionieri, comprendere il linguaggio degli animali. E di tanto in tanto fa la sua apparizione un buffo esserino simile ad un’ombra con le sembianze di un folletto, creatura che lui non può esimersi dal seguire, amico che gli mostra sempre una strada per cavarsi d’impaccio e togliersi dalle situazioni difficili o pericolose. E poi la scuola, una cara amica, lo studio e l’interesse per le ragazze…
Una piccola favola autobiografica, come l’ebbe a definire lo stesso Hesse, che fu scritta nel 1923 ma illustrata solo successivamente, nel 1938, quando lo scrittore decise di donarla all’amico mecenate H. C. Bodnier, che affidò il compito al giovanissimo e talentuoso esule Peter Weiss, allora ventiduenne, che abitava a quel tempo vicino allo scrittore, nella dimora che fa da sfondo al romanzo L’ultima estate di Klingsor. Un racconto intenso e prezioso che offre una lente privilegiata sul sentire dell’Hesse bambino, un luogo lontano nel tempo dove affondano molte delle radici da cui sono nati i suoi libri più importanti, come Siddharta e Il gioco delle perle di vetro.

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