L’inferno del proletariato

Londra, 4 luglio 1871. Durante una conferenza sul tema “L’operaio e le macchine”, l’economista Karl “Moro” Marx e l’industriale Friedrich Engels vengono avvicinati da un giovane dall’aria circospetta che afferma di essere latore di un messaggio di Edward Mead, operaio di Birmingham. Engels lo invita ad andarli a trovare il pomeriggio successivo a casa sua, al 122 di Regent’s Park Road. L’indomani dapprima Engels si reca a casa di Marx, una bella villetta a tre piani in Maitland Road comprata grazie al lascito testamentario di un amico, dove – tra pile di libri ovunque e cumuli di oggetti – i due portano avanti una disputa dialettica sulla possibilità di esprimere con formule matematiche le loro teorie sociali ed economiche. Poi si recano a casa di Engels, che nel frattempo si è ricordato chi fosse Edward Mead: nel suo saggio Le condizioni della classe operaia in Inghilterra ha citato una poesia scritta dall’operaio di Birmingham, Il Re Vapore, in cui il progresso tecnologico veniva dipinto come un “re selvaggio” “feroce come il Moloch” che governa “l’inferno sulla terra”, la fabbrica. Versi dalla grande potenza espressiva che Engels e Marx rileggono con ammirazione. È intanto oramai pomeriggio e i due si domandano dove sia il giovane con il suo messaggio da parte di Mead. Si avvicinano alla finestra e lo vedono arrivare da un sentiero che attraversa il parco di fronte alla palazzina. Cammina di buon passo ma ogni tanto si ferma “a guardare un albero, una panchina, una fontana, con l’aria di chi non è abituato a trovarsi in posti simili”. Marx ed Engels scendono in strada, vanno incontro al giovane, che alza un braccio in segno di saluto. Ma d’improvviso esce dagli alberi un poliziotto a cavallo con il fucile in spalla. Sprona il cavallo, punta il fucile e… spara alla schiena del ragazzo, per poi galoppare via. Engels e Marx accorrono, il ragazzo è a terra in una pozza di sangue e sta morendo, ma prima di spirare riesce a dire “La lettera…” portandosi la mano al taschino della giacca. Engels ne estrae una busta piegata in quattro parti indirizzata proprio a lui. Fa cenno a Marx che è meglio allontanarsi dal cadavere per evitare guai. Una volta in casa, i due aprono la busta: nella breve lettera che contiene, Mead afferma che nella fabbrica in cui lavora “avvengono cose spaventose, disumane”, cose che hanno ucciso molti suoi colleghi e stanno uccidendo anche lui, e che li aspetta a casa di suo figlio a Bowyer Street 23, “a breve distanza dalla stazione di Bordesley”…

Dopo aver scritto a quattro mani con Alvaro Torchio Marx ed Engels: indagini di classe (Rubbettino, 2010) e Marx ed Engels investigatori. Il filo rosso del delitto (Stampa Alternativa, 2012), Dario Piccotti prosegue il ciclo da solo e stavolta non con una antologia di racconti ma con questo ponderoso giallo di 520 pagine. Gli autori che si sono cimentati negli ultimi decenni nel “giallo vittoriano” – spesso ricorrendo al gustoso espediente narrativo di utilizzare come protagonista un personaggio famoso – sono molti e altrettante sono le declinazioni di questo che ormai possiamo definire un vero e proprio genere a sé. In questo caso immaginate di unire atmosfere affini a L’alienista di Caleb Carr, una gestione del plot giallo in senso stretto ossequiosa verso il canone di Sherlock Holmes e di arricchire il tutto con frequenti digressioni di natura politica ed economica. Quest’ultimo è probabilmente il vero punto di forza del ciclo di Piccotti (e Torchio), che per i loro protagonisti hanno addirittura coniato un metodo d’indagine ad hoc, che hanno battezzato con una brillante trovata “materialismo investigativo”. Date premesse così affascinanti e un titolo di tanto impatto, da L’inferno del proletariato era davvero lecito attendersi di più: il diabolico piano a metà tra Malthus e lo steampunk ordito dagli industriali per massacrare una parte del proletariato e robotizzarne un’altra viene presentato al lettore probabilmente troppo presto e questo fatalmente disinnesca il meccanismo della suspense e del fascino dell’ignoto; i dialoghi tra Marx ed Engels sono interessanti per i lettori più “secchioni”, ma sebbene io faccia smaccatamente il tifo per costoro non posso non rendermi conto che gran parte del pubblico potrebbe trovare quelle schermaglie dottrinali indigeste o peggio scolastiche; forse avrebbe giovato una sostanziosa sforbiciata del romanzo in fase di editing, per dargli un ritmo meno compassato. Azzeccati invece i riferimenti alla diciamo così “articolata” vita privata e sentimentale di Marx ed Engels, che grazie a questo ciclo narrativo diventano personaggi a tutto tondo, simpatici (anche nelle loro umanissime miserie) e credibili, non più solo icone politiche o accademiche. E questo è già un merito non da poco.



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