L’inferno e ritorno

L’inferno e ritorno
A cinquantadue anni, Roman Fritzl è l’ultimo superstite del “piccolo popolo della cantina” – nomignolo affettuoso (in un contesto che di affettuoso spesso aveva ben poco) con cui si sono a lungo autodefiniti lui, sua madre e i suoi cinque fratelli: tre “di sopra” e due “di sotto”, come erano soliti dire. Dopo tre tentativi di convivenza – miseramente e prevedibilmente falliti – Roman vive la sua vita solitaria a Vienna. A tenerlo vivo la non ancora dimenticata ebrezza con cui decenni prima è riuscito a fuggire dalla ormai tristemente nota cantina di Amstetten; e l’altrettanto indimenticata, conseguente nostalgia. Un’improbabile e inconfessabile nostalgia per la “vita di cantina”. Dopo la fuga un’istruzione tardiva, frettolosa e rattoppata, anni di lavori precari e affitti non pagati e, finalmente, un reportage televisivo sul suo/loro inferno privato e qualche mese di celebrità; poi di nuovo l’anonimato e quindi il riscatto (almeno economico) grazie a una casa editrice londinese che stacca un assegno a cinque zeri per avere la sua versione dei fatti. Risultato: dieci settimane di lavoro, un enorme manoscritto a cui l’Europa, ormai stufa della sua vecchia storia, non presta grande attenzione, e, per il povero Roman, un flusso interminabile di ricordi...
Régis Jauffret, l’autore, non è nuovo a quelli che potremmo definire “romanzi verità”, ovvero romanzi che prendono spunto da clamorosi fatti di cronaca nera e se ne distaccano quel tanto che basta per lasciare libero sfogo alla finzione letteraria e alla fantasia dello scrittore; entrambe abilità che gli consentono di indagare e dipanare quelle che lo stesso defisce “zone d’ombra della psiche umana” e che tanto lo affascinano. Quindi, così come Il banchiere, suo precedente successo del 2011, fa riferimento al caso del banchiere francese Edouard Stern, assassinato dall’amante durante una relazione sadomaso, L’inferno e ritorno si rifà, analogamente, alla vera storia di Elisabeth Fritzl: donna austriaca rinchiusa dal padre nella cantina di casa ed abusata per ben ventiquattro anni (nel corso di cui è anche stata costretta all’incesto e ad avere ben sette figli), prima della fortunosa ma non tanto fortunata liberazione. Tolto il giudizio sulla liceità morale di una simile operazione letteraria e il dubbio relativo alla necessità/desiderabilità di una lettura che, per ovvi motivi, non può che presentarsi morbosa e mortificante per la continua negazione del concetto stesso di dignità umana, quel che resta è un buon libro. Un romanzo scritto con un linguaggio piano e piuttosto raffinato, che soprattutto stupisce per la sua grande capacità immaginifica; la capacità, cioè, di ricostruire e, laddove necessario, inventare un vero e proprio universo parallelo: quello relativo alla “vita di cantina”, appunto, con tutte le sue frustrazioni, limitazioni, violenze, durezze, speranze ma anche piccole gioie quotidiane.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER