L’infinita scienza di Leopardi

L’infinita scienza di Leopardi

Della biografia di Leopardi si sa già molto. Di storia della scienza si sa ogni giorno qualcosa in più, per definizione. Leopardi, poi, ha scritto molto con riferimento a varie scienze e sulla sua scientifica filosofia si continua a dibattere da un secolo e mezzo. Eppure, mancava finora una riflessione come quella articolata nel bel volume intitolato alla “infinita scienza”, ovvero alla ricercata poesia del ragionamento leopardiano e alla cura terminologica del narrare leopardiano, nel contesto della nobile letta biblioteca e dell’evoluzione scientifica successiva. Gli autori, dopo aver ricordato sommariamente le tappe principali della vita dell’illustre recanatese, distinguono con rigore tre grandi temi: l’astronomia, o più in generale la cosmologia, ovvero la scienza del cosmo e delle sfere celesti; la chimica, la scienza della materia e delle sue innumerevoli trasformazioni; l’infinito in tutte le sue molteplici accezioni, anche quelle di una disciplina matematica che meno interessava Leopardi. Colpiscono il ritmo e lo stile del testo. Dichiaratamente e continuamente intrecciano temi scientifici e citazioni accurate, lo stato dell’arte al momento delle letture e delle fascinazioni di Leopardi (quel che poteva o non poteva avere in qualche modo studiato o valutato o sperimentato lui stesso con strumenti del laboratorio) e le intuizioni o le carenze connesse agli sviluppi seguiti alla sua morte, con intermezzi e parentesi sui nomi dei grandi scienziati o sul succo delle grandi scoperte nelle varie Fisiche scienze e la segnalazione degli eventuali possibili ulteriori approfondimenti in materia. Le questioni dotte vengono spiegate con semplicità, sia quando il riferimento è al grande autore della letteratura italiana, sia quando è alla disciplina. Ogni parte si chiude con oltre una decina di pagine di foto e immagini antiche e moderne, disegni ritratti grafici con a fianco la ripetizione poeticamente appropriata di brevi passi del testo…

Una strenna più che un saggio. Il docente di fisica teorica Giuseppe Mussardo (Sogliano Cavour, 1959) e il filosofo della scienza Gaspare Polizzi (Trapani, 1955) illuminano il notissimo profilo di Giacomo Leopardi con una luce diversa e da un’altra angolazione. Leopardi visse meno di 40 anni, la sua corposa Storia dell’Astronomia fu iniziata nel 1811 quando aveva 13 anni e completata nel 1813, il suo componimento più noto è il breve Infinito del 1819, elaborato nella sofferenza quando ne aveva 21 e affinato fin quasi alla morte. Occorre essere accorti quando si compara l’età in specifici ecosistemi umani di secoli fa con i ritmi biologici e culturali di oggi. Gli autori sottolineano l’evidente enorme contrasto tra le opere giovanili e quelle della maturità: “nulla fino a sedici anni preannuncia quello che sarà dopo”. All’interno di un passaggio cruciale di svolta (verso i 16 anni probabilmente), dovendo pur distinguere almeno due grandi fasi del pensiero e della scrittura, l’interesse per la scienza non è una novità e non viene abbandonato, resta grande e costante. Questi sono, dunque, gli elementi da sottolineare: sempre un pensiero e un’attitudine scientifici leopardiani, evoluzione del ruolo assegnato alle scienze nella riflessione sulla vita e nello scorrere dell’esistenza. Erudizione e poesia appaiono destinate a intrecciarsi. Il mondo non ha un unico senso e forse non ha proprio senso, nel viverlo e per sentirlo Leopardi considera l’approccio scientifico indispensabile, aiuta a limitare miti e pregiudizi (anche quando s’accorge che può creare maggiore infelicità), si ciba di verifiche empiriche che continuamente aggiornano e aggiustano le conoscenze vitali (anche quando sottolinea che esistono comunque le circostanze e altre biodiverse dimensioni della realtà, indecifrate o proprio indecifrabili). Giusto e bello. Infinitamente poeticamente infelice. “Qual sarà quel felice, il quale si creda d’esser felice abbastanza?... Chi è colui, che voglia esser felice per un certo lasso di tempo, e non più?... E questo desiderio di vita, che non ha termine alcuno, ove si fermi, e riposi, che altro è se non desiderio di eternità?”



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