L’infortunio

L’infortunio
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1985. Durante una partita contro i Giants Joe Theismann, straordinario campione di football, ha un infortunio. Quell’episodio ha segnato la storia del football americano, soprattutto perché ha decretato la fine della carriera di un grande giocatore, una sorta di eroe. Le immagini di Theismann che si rompe la gamba hanno fatto il giro del mondo. Trent’anni dopo ventidue uomini si riuniscono come ogni anno per rievocarlo. Un rito ormai consueto, un’occasione per rivedersi. Non sono propriamente amici e lo dimostra il fatto che non si sentano per tutto l’anno e si rivedano solo ed esclusivamente in quell’occasione. A quale scopo? Per riprodurre cinque secondi di un’azione che ha determinato il corso della storia del football americano e influenzato le loro infanzie. Come sempre tutto inizia con il sorteggio dei ruoli da recitare. Nel frattempo ciascuno di loro racconta un pezzetto della sua vita, lo condivide, mentre ci si prepara a quel rito che deve essere come sempre perfetto. Come se ogni volta fosse l’ultima volta…

Ventidue uomini che si riuniscono solo per mettere in scena un teatrino. Un’assurdità. L’infortunio di Chris Bachelder potrebbe essere un romanzo a tema sport e in effetti ha tutte le caratteristiche per sembrarlo: parla di football americano e i personaggi sono esclusivamente uomini. Eppure non è per niente così. Il football è un pretesto per fornire una cornice alle singole storie di tutti i personaggi, storie che a loro volta coinvolgono altri personaggi che incontriamo solo per sentito dire. Il protagonista? Non c’è. O meglio: il protagonista è il palcoscenico, è il coro che questi ventidue uomini compongono. Nel suddetto coro le singole individualità emergono in alternanza e svaniscono, come se si dissolvessero o sciogliessero. Bachelder riesce a non perdere le fila del discorso raccontando una storia in cui è difficile ricordare a un certo punto i nomi dei personaggi. Ma ricordiamo le loro sensazioni quando parlano di disagi, paure, insicurezze. Ciascuno di loro trova nella riproduzione di un rito quasi stupido un’occasione di riscatto o una sorta di bolla protettiva in cui rifugiarsi per essere se stessi. Eppure stanno fingendo. Il loro è un gioco, è una recita che ricorda quell’evento che li aveva sconvolti quando erano bambini. E allora perché continuano a farlo da anni? Durante quelle 48 ore di forzata convivenza emergono le loro vite, il disagio di alcuni quarantenni, troppo giovani per, ma troppo “vecchi” per. Gli sbalzi ormonali? A quanto pare non sono una prerogativa femminile.



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