L’inganno del passato

L’inganno del passato
È una notte come le altre per Sven Emanuel. I sacchetti di plastica tra le mani, gli scarponi imbottiti di carta da giornale e la sciarpa attorno al collo sono più di un documento di identità per questo figlio della strada. I passanti lo squadrano, come al solito, e nei loro occhi Sven legge diversi stati d’animo. Il suo abbigliamento è fin troppo pesante per una sera d’autunno come questa ma la notte la temperatura si abbassa e dormire all’addiaccio non è consigliabile in nessun periodo dell’anno da queste parti. Dirigendosi verso il suo consueto giaciglio, nota sotto un lampione un uomo strano, con un cappotto logoro e dei capelli tagliati in fretta e furia non certo dall’esperta mano di un barbiere. Sven gli si avvicina, temendo che un altro senzatetto voglia occupare il suo posto, ma quello è tutt’altro che un clochard. È solo un tipo strambo che ne sta aspettando un altro...
Magnus Montelius esordisce con una spy story articolata, ricca di suggestioni post-guerra fredda e carica di colpi di scena. Il ritmo non è dei più sostenuti e i personaggi possono apparire stereotipati, ma la curiosità circa l’esito dell’indagine - vista attraverso vari punti di vista - è forte e convince il lettore a voltare pagina senza troppi sforzi.  Forte della sua esperienza personale di diplomatico svedese legato all’Unione Sovietica e ai paesi balcanici, Montelius racconta una vicenda di inganni, tradimenti, mistificazioni e segreti che lo fa entrare di diritto tra gli autori di thrilling potenzialmente più interessanti dell’area scandinava. E, vista la concorrenza, non è poco. Attendo fiducioso una seconda prova nella quale spero possa limare i difetti che rendono L’inganno del passato un’opera senz’altro intrigante, ma certo non perfetta.

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