L’inno di un profeta riluttante

L’inno di un profeta riluttante
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È il 7 ottobre 2002, a Stokum. Una serata come tante per il diciassettenne Luke Hunter, da trascorrere nel puzzolente seminterrato della casa di Todd Delaney, il suo migliore amico, soprannominato “Fang” per via degli incisivi pronunciati. È così che tutto ha inizio. Sarà la musica alta, l’erba appena fumata, la compagnia, ecco che Luke comincia a parlare a ruota libera e dettaglio dopo dettaglio descrive l’incidente con un furgone rosso che l’indomani ucciderà un compagno di scuola. In apparenza una storiella per scuotere gli amici, tutto qui. Ma l’indomani quelle chiacchiere strampalate diventano realtà e la vita di Luke Hunter cambia all’improvviso. Di fronte al cadavere nel parcheggio del 7-Eleven i suoi amici gli lanciano occhiate accusatorie e la gente inizia a mormorare. Non gli resta che fuggire e barricarsi in casa, per fare i conti con la paura che lo attanaglia. Nel giro di poco tempo arrivano i suoi genitori e una troupe televisiva che monta un servizio sulla sua “predizione” e trova originale ribattezzarlo il “Profeta di morte di Stokum”. Mentre rimugina su quanto successo, un altro brivido lo attraversa e vede con chiarezza la morte del vicino di casa mentre taglia l’erba nel prato. Stavolta tiene per sé la visione e dopo la scoperta del cadavere del vecchio finge stupore. E poi quel dannato furgoncino della tv è sempre parcheggiato davanti a casa, meglio non attirare l’attenzione. Luke partecipa al funerale dell’amico e in seguito accetta che sua madre lo trascini dal dottor Cramp per avere qualcosa che somigli a una diagnosi. Tutto inutile, naturalmente. Un altro brivido lo sorprende e il volto di una ragazza sconosciuta che presto morirà si pianta nella sua testa. La faccenda non si placa e non sembra ci sia soluzione. I farmaci servono solo a stordirlo, a non farlo pensare. Mentre si gode il limbo che ha in testa la madre gli domanda se ha chiamato lo zio Micky in Messico, quello zio strambo che sa sempre chi c’è dall’altro capo del ricevitore quando squilla il telefono…

“Io sono un tossico… Io sono un fottuto perdente”. La scuola, gli insegnanti che ti assillano, i genitori che non ti capiscono, la ragazza che ti piace e sta con un altro, le serate con gli amici, i film, cosa fare nel fine settimana. Sono questi i problemi con cui un adolescente deve fare i conti. Anche Luke Hunter li affronta, ma per lui la vita ha in serbo qualche grana in più: avere la capacità di prevedere la morte di alcune persone e annaspare in un limbo di sensi di colpa e inadeguatezza. Nel costruire la psiche fragile e combattuta di un ragazzino di diciassette anni, Joanne Proulx non sbaglia un colpo, e per quanto alcuni eventi siano sopra le righe, il romanzo si regge su una solida struttura e le bizzarrie della vita di Luke mantengono alta la tensione narrativa e spingono il lettore a partecipare agli eventi in attesa di capire quale sia il mistero nascosto nella storia. Un romanzo di formazione che è anche una fiaba dark ricca di ironia. Un romanzo con un’impronta fantastica che è anche un inno alla vita, alla sua imperfezione: “Sì, tutti dobbiamo morire, ma prima abbiamo modo di vivere, e questa è una cosa importante, bella, da non perdere”. Pubblicato per la prima volta nel 2007 il libro si è aggiudicato l’anno successivo il prestigioso Sunburst Award per la letteratura fantastica canadese ed è finito nella lista dei libri selezionati per il Premio Best New Voice dedicato agli autori esordienti. Numerose le recensioni positive ottenute su “Publishers Weekly”, “Observer”, “Kirkus Reviews”. L’autrice si sofferma sulle debolezze umane anche nel suo romanzo del 2017 We all love the beautiful girls, che ci auguriamo venga presto tradotto per i lettori italiani.



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