L’innumerevole uno

L’innumerevole uno
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Italia, anni Settanta. Un ragazzo e una ragazza sulla soglia dei trenta sono alla disperata ricerca della loro identità – sessuale e non solo. O meglio, è la ragazza ad essere alla disperata ricerca della propria identità, perché lui, Thomas, la sua identità l’ha bella che trovata: modellare il proprio corpo a seconda dell’ispirazione, della situazione e della tensione – sessuale e non solo – del momento. Thomas è uomo e donna allo stesso tempo, e in questa perenne ambiguità e fuggevolezza ci sguazza come una rana nello stagno. Ad arrancargli dietro c’è Lia, che continua a cercarsi e a cercare il proprio posto nel mondo. E in questa forsennata e sofferta ricerca che la lascia alla deriva, sfinita e senza fiato, Lia si aggrappa come una disperata agli oggetti che le sono intorno. Ad esempio una piccola saponetta grigia, profumata, sulla quale campeggia una misteriosa parola: héliotrope. Una saponetta comprata d’impulso, quasi senza pensarci, in un grande negozio milanese; una saponetta che si consuma implacabile a ogni lavaggio e che Lia si precipita a ricomprare in tutta fretta. Una saponetta dallo strano nome – héliotrope, appunto – che Lia ripete tra sé e sé come un mantra, desiderosa ma anche un po’ timorosa di conoscerne il significato. E proprio quando Lia sembra aver raggiunto una sorta di equilibrio, accade d’improvviso l’impensabile: Thomas si suicida…

Per chi è stato giovane negli anni Settanta non sarà difficile scorgere dietro la figura di Thomas il controverso e camaleontico Mario Mieli, attivista e pioniere dei diritti degli omosessuali, morto suicida a soli trent’anni dopo una vita breve, intensa e impegnata. Dietro la protagonista del romanzo invece si nasconde Lia Migale stessa, anche se – ci tiene a precisare l’autrice – quello che ha scritto non è affatto un romanzo autobiografico. Più che altro L’innumerevole uno può essere visto come lo specchio in cui una intera generazione – quella degli anni Settanta, appunto – si riflette, si guarda, si cerca e forse a un certo punto si trova. Lia Migale non viene dalla letteratura: è infatti un’economista, anche se alla letteratura è saldamente ancorata. Dagli anni Novanta alterna pubblicazioni scientifiche a pubblicazioni letterarie. Ed è forse proprio la sua impronta di economista a rendere la sua scrittura tanto particolare e “ibrida”: quella della Migale è una prosa analitica e cangiante, teorica e pratica allo stesso tempo. Una scrittura ricca di identità.



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