L’interprete

L’interprete
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Francoforte, 1963. Eva è fuori, lungo la strada, in attesa che arrivi il suo fidanzato. È un grande giorno, deve presentarlo alla sua famiglia ed è già nervosissima perché lui è in ritardo e, al tempo stesso, i suoi familiari se ne stanno appollaiati o dietro la finestra (ma chiaramente visibili) o addirittura fuori della porta del ristorante (l’attività di famiglia, dove il papà, Ludwig Bruhns, è lo chef). Anche il fratellino Stefan, curioso come non mai, esce fuori con lo slittino e il cane, un bassotto chiamato Purzel. Eva sta tremando dal freddo e lui, Jurgen Schoormann (erede di un impero basato sui cataloghi per la vendita per corrispondenza) non arriva. Come se non bastasse, il fratello la centra in pieno con una palla di neve e la materia gelida prende a scivolarle lungo la scollatura, tanto che lei, arrabbiatissima, lo acchiappa per il maglione e chissà cosa avrebbe potuto fargli se provvidenzialmente l’auto di Jurgens non fosse apparsa in fondo alla via. Una volta accostata l’auto al marciapiede, lui prende un mazzo di rose che ha adagiato sul sedile di fianco alla guida, si guarda intorno, giusto in tempo per vedere tante facce sparire dietro i vetri come i conigli nelle tane. Ha studiato teologia e poi è entrato nell’amministrazione dell’azienda di famiglia. E a pranzo lo aspetta una succulenta oca di sette chili abbondanti, ma soprattutto un sacco di persone curiose di conoscerlo. Gli cantano anche il jingle pubblicitario della sua attività, mentre lui si guarda intorno, nota i cenni del Natale imminente e si prepara al fuoco di fila di domande che prima o poi arriverà...

Un anno. In un solo anno la vita di Eva è travolta da quello che viene rappresentato come il primo processo della Germania post-bellica alle nefandezze dei nazisti, alla scoperta di Auschwitz, facendo i conti con ricordi confusi, ma alla fine anche troppo chiari, che permettono di ricostruire ciò che avvenne, i crimini del Terzo Reich, la Shoah e soprattutto la rivoluzione che tutto questo porta nella vita della protagonista. È bastato un anno per cambiare totalmente la propria vita, per ritrovarsi a condannare certi atteggiamenti. Incredibile che a soli pochi anni, nemmeno un ventennio, dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale, sia stato così facile dimenticare tutto, insabbiando ogni cosa, ogni pensiero, ogni ricordo, tanto da aver difficoltà a trovarne i veri responsabili (molti dei quali, come sappiamo, scapparono altrove, cambiando vita e identità). E la protagonista che è l’interprete dal polacco in questo processo, comincia a rimuovere le ombre dai suoi ricordi di bambina, a portarvi la luce, a ritrovarsi coinvolta in quello che inizialmente non capiva. Mettere da parte i crimini perpetrati dai nazisti e rimuoverli dai propri ricordi come se fosse possibile farlo, con la convinzione di essere stati nel giusto (non a caso a Berlino elevarono anche un muro), a ben guardare ci mette di fronte a situazioni terribilmente attuali su cui si dovrebbe riflettere: non siamo in fondo anche noi, in questo mondo, che chiudiamo gli occhi di fronte alle malefatte, pur di proseguire nei binari tranquilli e sereni (e soprattutto apparenti e distaccati) della nostra vita?

LEGGI L’INTERVISTA A ANNETTE HESS



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