L’interprete dei malanni

L’interprete dei malanni
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Shoba e Shukumar vivono a Boston e hanno perduto un bambino alla nascita. Da quel momento il silenzio li ha allontanati e le cose non dette si sono accumulate tra loro. Poi una serie di ripetuti blackout pare aprire la strada ad un ormai insperabile dialogo. Ma fa poi tanto bene raccontarsi certi segreti? Il signor Kapasi, appassionato di lingue, fa il mediatore linguistico per un medico, per guadagnare quanto gli serve per mantenere la famiglia. Questo lavoro lo fa sentire frustrato e umiliato e, quando si trova a fare da guida per una famiglia americana di origine indiana in vacanza, crede di ritrovare un po’ di orgoglio nell’interesse che la donna della coppia mostra nei suoi confronti. È così facile costruirsi un sogno a partire da uno sguardo o da una domanda… Un professore universitario immigrato, il signor Pirzada, prende a frequentare con costanza una famiglia di connazionali; la piccola Lilia, dieci anni, è turbata da quell’uomo al quale piano piano si affeziona… Un uomo arriva in America da Londra (dove ha vissuto dopo essere arrivato dall’India) il giorno in cui gli americani sono scesi sulla luna. “Mentre gli astronauti sono diventati eroi per aver speso poche ore sulla luna, io sono rimasto in questo nuovo mondo per quasi trent’anni”. Ora ripete a suo figlio “ che se io ho potuto sopravvivere su tre continenti, non ci sono ostacoli che tu non possa superare”…

Nove racconti per questa opera prima che nel 2000 ha meritato a Jhumpa Lahiri, nata in Inghilterra da genitori indiani bengalesi, ora negli Stati Uniti, il prestigioso premio Pulitzer. L’autrice non è mai stata in India ma ha assorbito dai genitori l’amore per la patria e soprattutto il profondo e contrastato disagio che appartiene a chi, resistendo nella propria terra, ha comunque vissuto dei cambiamenti, e ancor più agli indiani che l’hanno lasciata. Il combattuto legame con le proprie origini e il senso di sradicamento per la generazione emigrata in America si palesa nel rapporto tra le persone, quale che sia il tipo di rapporto che le lega, nel tentativo di mantenere alcuni valori tradizionali accettandone anche di nuovi per il desiderio di integrazione; la ferita è più profonda per la generazione nata lontano dall’India che sente le sue radici ma fatica ormai a riconoscerle. Di sé l’autrice ha detto: ”I miei sapevano sempre chi erano e quale era il loro posto nel mondo. Io ho provato smarrimento e confusione dall’inizio alla fine e appartengo solo alle persone”. E ancora: ”Crescere non è stato semplice, perché mi sembrava che a crescere, in realtà, fossero due persone, quella legata alla tradizione indiana e quella proiettata nella frenesia americana”. Proprio questo è quanto emerge da questi racconti, alcuni belli e toccanti, altri che lasciano la sensazione di voler, consapevolmente, restare in superficie, accennando, suggerendo e mai segnando. Il risultato è che a volte lasciano un senso di smarrimento, lontananza e irraggiungibilità che, per il lettore a digiuno di alcuni momenti della storia dell’India, si traducono in minore coinvolgimento emotivo. O forse è soltanto una forma di pudore delicato, quello che forse è stato capace di conquistare i voti per la premiazione. Chissà.



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