L’intruso

L’intruso
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Antoinette Conway e Steve Moran fanno parte della squadra Omicidi del Dublin Castle, in pieno centro città. Costretti spesso ai turni di notte (anche perché entrambi single e senza figli), sono piuttosto affiatati tra loro e si capiscono al volo senza doversi dire nulla. Lei è l’unica donna, con tutto quello che ciò comporta. Ultimi arrivati nel gruppo dei detective, stanno facendo quella che ovunque si chiama “gavetta” e quindi, per loro due, nessuna partita mentale con geni psicopatici o esponenti tra i più raffinati del crimine, ma i “soliti” omicidi domestici, una serie infinita, consumata tra le quattro mura di casa e “facilmente” risolvibili. I due colleghi al massimo possono vedere gli psicopatici passare per il corridoio, quando i colleghi li accompagnano nella saletta degli interrogatori, dove saranno torchiati a dovere da poliziotti più esperti. Quella mattina sono a fine turno e stanno ultimando i loro rapporti sul caso della notte, una rissa, con un gruppo di ubriachi coinvolti come testimoni e una vittima, quando la porta si apre di scatto e si affaccia O’Kelly, il loro sovrintendente, che dopo aver chiesto un resoconto sommario sulla notte appena trascorsa, affida loro l’ennesimo caso appena segnalato. Ma questa volta hanno bisogno di una mano, dice loro: qualcuno con più esperienza può insegnare a entrambi come risolvere la situazione nel modo giusto, uno come il detective Breslin, “lo scolaro preferito dal maestro”, come lo considerano, che dovrà mostrare loro come si fa...

Intenso e senza tregue è il ritmo che Tana French imprime al suo “crime”, definito il migliore dell’anno da numerose e prestigiose testate giornalistiche britanniche. È un ritmo incalzante che coinvolge totalmente il lettore ed è talmente serrato che sembra di partecipare alle indagini, prendendo nota delle deposizioni, che a volte non collimano, come a volerle poi suggerire ai detective del caso, gli ultimi arrivati, per ripararli, proteggerli, aiutarli a risolvere l’enigma, in quell’aria così intrisa di ostilità che si respira alla Omicidi di Dublino, ostilità riservata maggiormente ad Antoinette Conway, unica donna della squadra, vessata e osteggiata, oggetto di pesanti attenzioni e di bugie e scherzi da caserma, al punto che si ha la voglia di partecipare, attraverso il libro, alla distribuzione di quei pugni sul naso che fanno parte della lista di priorità della detective nelle ultime righe del romanzo. Di certo una donna fiera, intelligente, di indubbie capacità e che soprattutto sa giocare le sue carte fino alla fine, pur costringendo se stessa a sopportare, a stringere i denti in attesa di poter vincere sul campo. E non ci si stanca mai di questa storia nella quale si rimane intrappolati fino alla fine, immersi in questa atmosfera di complotti e sospetti, anche tra colleghi. Ma forse non ci si stanca proprio per le capacità dell’autrice di tener sempre viva l’attenzione, motivo che probabilmente è alla base dei sei milioni di copie già venduti in tutto il mondo, con traduzioni in 35 lingue.



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