L’inutilità della lettera Q

L’inutilità della lettera Q

È una giornata particolarmente calda ed umida a Parigi, come non se ne ricordano da tempo. È già passata la mezzanotte eppure la città è ancora in preda alla frenesia per i preparativi per il Quattordici Luglio e all’Opéra alcuni spettatori si attardano sulle scalinate per commentare animatamente la prima della Bohème. Fra questi spiccano in modo particolare due uomini, alti, magri, sulla quarantina, vestiti molto elegantemente, che ridendo e chiacchierando si incamminano verso casa. La serata è splendida, nonostante il caldo, e i due uomini sono così presi dalla conversazione da non accorgersi delle due ombre che furtive si avvicinano sbarrando la strada e sparando alle gambe di uno dei due. È con un filo di voce che Daniel – ancora cosciente – chiede al compagno Henri di chiamare Giorgio e di farlo venire immediatamente in città...

In una Parigi magica, affascinante ed oscura – che fa da sfondo alle vicende dei protagonisti e quasi sembra vivere di vita propria - si intrecciano destini e fantasmi del passato, mistero e sentimento, in una storia che prende spunto da un fatto realmente accaduto: il furto di alcuni dipinti al Museo Marmottan. Ma sono la finzione narrativa e l'impeccabile stile di Catoni – semplice ma al tempo stesso avvincente e con rapidi cambi di sequenza – a rendere L’inutilità della lettera Q un thriller davvero mozzafiato. E di segreti se ne sveleranno tanti, dagli intrighi che stanno dietro al furto del quadro di Monet alle mosse apparentemente incomprensibili della polizia francese fino ai loschi giri della malavita locale. Ma la vera rivelazione – che si mette a nudo a poco a poco seguendo gli stessi ritmi incalzanti del thriller – è la presa di coscienza dei propri sentimenti da parte di Giorgio, amante di gioventù di Daniel, ora non solo alla ricerca di vendetta, ma anche finalmente di una propria identità. Perché “i ricordi, maledetti, meravigliosi e qualche volta vigliacchi, ti assalgono quando sei più debole, distratto e credi di poterne fare a meno. Si vive con il proprio passato accanto, e basta un attimo di smarrimento per finirci dentro”.



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