L’inventore di se stesso

L’inventore di se stesso
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Ogni famiglia, si sa, funziona in base a meccanismi e dinamiche diverse che ognuno di noi ha introiettato fin dall’infanzia: uso di soprannomi stucchevoli, gelosie, ruoli definiti in base al genere, complicità, rituali. Ebbene, prima di collidere a quella festa nella primavera del 1953 a Cambridge, le vite di Sylvia e Gregorio non potevano essere più lontane dall’idea di famiglia. Lei è inglese, bella e colta, animata da uno spirito di ribellione che la porta a fuggire consuetudini e legami duraturi; lui è un ricercatore arrivato dall’Italia con una piccola borsa di studio, piccola tanto quanto la sua esperienza di tutto ciò che non si può leggere in un libro. Eppure i due si scelgono e scegliendosi formano la loro famiglia. Quando poi a distanza di anni è il loro figlio maggiore ad avere a sua volta un bambino, rimane solo Gregorio a poter portare il suo saluto in ospedale. È diventato nonno, ma appare impacciato e distante dalle cose del mondo più di quanto non lo fosse stato da ragazzo. Sulla soglia della camera di ospedale dove riposa il bimbo, con un mazzo di fiori in mano e il cappotto ancora addosso, Gregorio ha una sola richiesta per i neo genitori: dare al nipotino il suo stesso nome, appartenuto ad un illustre antenato, tale principe Licudis, arrivato a Venezia dalla Russia nel Seicento con una delicata missione diplomatica…

Al termine de L’inventore di se stesso, l’ultima fatica narrativa del professore e scrittore Enrico Palandri, c’è un concetto che torna spesso alla mente del lettore: “le famiglie sono tutte insopportabili”. Introdotto nel primo capitolo attraverso il personaggio di Sylvia, questo mantra si ripete con frequenza per tutto il romanzo e chiarisce, al pari dell’eloquente grafica di copertina, il ruolo protagonista che in esso giocano i legami famigliari. Palandri lascia che sia la voce del primogenito di Sylvia e Gregorio a condurci nella storia, raccontando prima l’incontro tra i genitori e poi la propria esperienza di figlio, fratello, marito e padre. Ripercorrendo i passi di Gregorio e degli antenati Licudis prima di lui, il narratore vorrebbe arrivare al fondo di un interrogativo che riguarda non solo le origini del padre e della sua famiglia, ma soprattutto la definizione della propria identità. Quanto pesano le nostre origini e le nostre scelte nel definire chi siamo? Dalla campagna veneta a San Pietroburgo passando per Venezia, nemmeno la conclusione del romanzo sembra voler dare una risposta univoca a tale domanda. Pare però che Sylvia abbia ragione, le famiglie sono davvero insopportabili, perché ci costringono a fare i conti con noi stessi, a porci domande scomode, a metterci in discussione continuamente. Forse L’inventore di se stesso non è uno dei libri più riusciti sull’argomento, in quanto non brilla per potenza narrativa e spessore dei personaggi, ma rappresenta comunque una lettura a suo modo diversa, insieme istigatrice e pacificatrice di sentimenti.



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