L’invenzione degli animali

Futuro prossimo, 2035 circa. La democrazia ha fallito, il divario tra ricchi e poveri è ormai incolmabile e le priorità economiche hanno prevalso su tutto: è nata la prima colonia su Marte, ma è uno specchietto per allodole in un panorama di ingiustizie sociali e attentati. È in questo contesto che la biogenetista Lucia Franti e il fidanzato Patrick coronano un sogno condiviso con le migliori menti della loro generazione: lavorare per la Ki-Kowy, potente azienda con interessi in diversi campi della ricerca scientifica. Dopo un tirocinio, loro e altri giovani vengono distribuiti in Europa secondo criteri non chiari. Lucia è affidata a un laboratorio nel quale si monitorano animali creati attraverso l’ibridazione tra geni umani e di altre specie e destinati a diventare colture viventi di organi da trapianto: il progetto mira a conquistare l’immortalità dell’uomo. I primi tempi procedono senza intoppi, tra dubbi etici e serate coi colleghi, anche loro convinti che, nonostante tutto, stiano lavorando per il bene dell’umanità («Siamo arrivati a una fase della storia in cui possiamo raccogliere i frutti di tutto ciò che è stato scoperto […] Siamo alle porte dell’Eden»). Poi, però, succede qualcosa: muore il capobranco, gli animali si comportano in modo strano e Lucia ne deduce che un confine importante è stato valicato. Grazie ad alcuni documenti riservati, Lucia scopre che nulla è come appare, e decide di intrufolarsi nel Pianeta, l’ecosistema artificiale che ospita gli animali, dando inizio allo stravolgimento di ogni cosa...

L’invenzione degli animali è un romanzo riuscito e appassionante, con un impianto robusto in cui risvolti, caratterizzazioni e dettagli sono stati pensati fin dall’inizio per tornare utili nelle ultime fasi. Un certo descrittivismo, che ricorda Divorati (2014) di Cronenberg ma deriva da Flaubert, è ben dosato per dar respiro ai fatti più salienti e all’azione. L’invenzione però non è un thriller, e difficilmente può essere ascritto al genere distopico, nella misura in cui propone uno scenario troppo vicino a quello attuale e immagina esperimenti probabilmente già in atto da qualche parte. Sono presenti richiami sia all’immaginario dei classici della letteratura di genere (da L’isola di Moreau di Wells a Frankenstein di Shelley) che a quello cinematografico: la scena in cui un personaggio fugge insieme a una creatura per sottrarla agli esperimenti è un tropo del grande schermo, e Zardi lo rielabora con carattere ed eleganza; anche il supercattivo Govind Kapoor, con la sua dialettica aggressiva, ha più presenza scenica che sfumature (“C’era qualcosa di minaccioso, nella sua maestosità”). Il romanzo sfrutta un tema molto battuto dalla saggistica divulgativa degli ultimi anni: la determinazione dei parametri necessari a stabilire se una bestia o una macchina sono coscienti (e se, in virtù di ciò, meritano un diverso approccio etico). Il tema dell’intelligenza artificiale non è approfondito ma soggiace sempre, come testimoniano gli echi di Blade Runner («Sei vero o sei un androide?») o della serie TV Westworld, il cui parco è un equivalente del Pianeta. A predominare, però, è un quesito animalista: fino a che punto possono spingersi la vivisezione e gli allevamenti intensivi prima che si riconosca una dignità animale? Non a caso, quando Lucia ricorre a delle similitudini per descrivere il comportamento degli animali un superiore la rimprovera di “antropizzare troppo”, e anche Kapoor tenta di imporle una visione antropocentrica: «Sono animali che abbiamo inventato noi. Con un po’ di sforzo avremmo potuto farli nascere con le ruote e uno schermo a cristalli liquidi al posto della faccia. […] Una civiltà non nasce mescolando cromosomi o imitando atteggiamenti umani. […] La complessità dell’Homo sapiens sfugge a qualsiasi possibilità di riproduzione». Encomiabile l’intuizione che sta alla base del colpo di scena, poiché attinge in modo brillante alla realtà dei magnati del digitale e alle loro ambizioni transumaniste. Il libro si chiude senza risposte ma con un senso di speranza che enfatizza il ruolo dell’individuo nelle grandi rivoluzioni. Maestro del racconto e finalista al Premio Strega con XXI secolo, Zardi conferma consapevolezza e idee chiare; e se in questo caso mette in secondo piano l’indagine psicologica a favore di caratterizzazioni più funzionali alla trama e al trattamento di questioni etiche e filosofiche, riesce comunque a non rinunciare mai alla letterarietà. Grazie a uno specifico gusto per l’aneddoto e la nozione, e al rifiuto delle provocazioni gratuite, L’invenzione degli animali si rivela una lettura intelligente, stimolante e adatta a chiunque.



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