L’invenzione della vita

L’invenzione della vita
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Samuel e Nina guardano svogliatamente la tv nel piccolo e malandato appartamento in cui convivono, quando la loro attenzione viene improvvisamente attirata da un servizio della CNN. Sullo schermo appare Samir – vecchio amico dei tempi dell’università ‒ con indosso un vestito da centinaia di dollari, trasformato, irriconoscibile, il volto “coperto da uno strato di fondotinta beige, lo sguardo rivolto alla telecamera con l’incredibile abilità dell’attore” e le sopracciglia scure curate e depilate con la ceretta. Non può essere lui ‒ pensano sbigottiti ‒ eppure in sovraimpressione scorre il nome dell’amico (americanizzato in Sam) e più sotto la qualifica: avvocato. La curiosità è incontenibile e i due si precipitano a cercare online informazioni sulla carriera e sulla vita dell’uomo che non vedono ormai da vent’anni. Ed è così che scoprono, non senza stupore, che Samir si è costruito ad arte un’identità che non è la sua; ha taciuto le sue origini musulmane ed ha “rubato” la vita dell’amico Samuel raccontando a tutti che i suoi genitori sono morti in un incidente stradale e, non da ultimo, spacciandosi per ebreo...

Un proverbio ebraico sostiene che mezza verità è una menzogna intera; ed è proprio sulla menzogna che Samir costruisce la sua esistenza sacrificando peraltro le uniche cose veramente importanti della sua vita: l’amicizia di Samuel e l’amore per Nina. Perché quando lei si rifuta di seguirlo nella sua pazza corsa per il successo, per il riscatto sociale da quella misera periferia francese che troppo sta stretta alle ambizioni di Samir, quando lei ‒ probabilmente anche schiacciata dai sensi di colpa per il tentato suicidio di Samuel ‒ accetta di rimanere in quel misero appartamento sbarcando il lunario come modella per cataloghi di abbigliamento, Samir decide di proseguire comunque il cammino che si è prefissato. Studia, lavora e diventa uno dei migliori avvocati di New York; e sposa Ruth una delle donne ebree più ricche e potenti della città, rinnegando così anche le proprie origini e rapportandosi con disagio con l’anziana madre che continua, invece, a pensare a lui come ad un buon musulmano e a struggersi per la vita ai limiti della legalità del fratellastro (frutto di una relazione con il ricco uomo francese presso il quale era stata a servizio come domestica). Un passato da rinnegare, del quale persino si vergogna; delle origini che nasconde accuratamente non sciogliendo l’equivoco per cui tutti lo credono un ebreo sefardita. Lui adesso è il grande Sam Tahar, re del foro al quale nessuna donna può dire di no. Tanto alta è la sua ascesa e la sua fama di successo quanto lo sarà la caduta, rovinosa ed improvvisa. Solo allora comprenderà gli errori che ha commesso, i sentimenti che ha sacrificato (chissà se riuscirà ancora a rivedere i suoi figli?); eppure, finalmente dopo anni, il sollievo. “La morte dell’ambizione,ecco, ci siamo. L’obbligo di aver successo, questa minaccia che vi pesa addosso sin dalla nascita, questa lama che la società vi punta alla gola e che trattiene con forza fino al soffocamento per estrarla solo al momento della condanna”; che liberazione! Una riflessione amara sul lato oscuro della società contemporanea, sull’essere performante a tutti i costi, che Karine Tuil narra con stile impeccabile, lunghi periodi talvolta simili a monologhi interiori, caratterizzazione minuziosa dei personaggi, facendone una lettura davvero imperdibile.



 

 

 
 
 
 

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