L’invenzione delle nuvole

L’invenzione delle nuvole

Julius Meier-Graefe, il più noto esponente degli “scrittori di arte”, abitualmente correda i suoi scritti con note a piè di pagina per raccontare aneddoti di incontri personali con gli autori oggetto del testo. Cosi a Florian bastano un paio di parole prese dal piccolo tascabile sulla storia dello sviluppo dell’arte moderna per esserne ammaliato, perché la prosa di Meier-Graefe è poesia, tanto affascinante da non permettere di essere compressa, per questo Florian non riesce a realizzare il progetto di ricerca che gli avrebbe permesso di raggiungere il dottorato. L’unica strada percorribile per avvicinarsi al suo idolo è quella di diventare critico d’arte per la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”. Meier-Graefe presenta l’arte come un fiume impetuoso in continua evoluzione, capace di valutare gli artisti contemporanei mettendo insieme la propria visione con quelle che pensa saranno le considerazioni dei posteri, con prospettive sempre nuove. Per Max Friedländer invece la ricerca del termine giusto, dell’espressione più adatta è sempre stata determinata da fatica anche fisica, ma nonostante questo sforzo immane è riuscito a scrivere ben cinquecentonovantacinque testi, tra i quali i quattordici volumi Pittura degli antichi Paesi Bassi...

L’invenzione delle nuvole. Lettera d’amore sull’arte e la poesia è l’ultima opera del tedesco Florian Illies, storico dell’arte e direttore dell’importante Rowohlt, casa editrice di Amburgo, autore anche di 1913, il libro in cui mese per mese racconta i movimenti dei protagonisti della cultura nell’anno che precede la Prima Guerra Mondiale, per raccontare quanto l’Europa avesse radici culturali comuni. Il libro è diviso in sezioni che accennano a pregi e difetti di intellettuali, scrittori e uomini di arte, ma in realtà ‒ come recita il sottotitolo ‒ ogni capitolo è una sorta di lettera d’amore che Illies riserva ai protagonisti dei suoi studi, attraverso cui realizza la sua personalissima “camera delle meraviglie” in cui l’Italia ha un ruolo illuminante, perché da sempre, in particolare dal Settecento, ha ispirato artisti di tutto il mondo. E gli italiani davanti a tanto amore non hanno mai dimostrato sorpresa, perché dovevano? Il sole, i profumi, il buon cibo, le belle donne, l’arte contemporaneamente nello stesso luogo. Il nostro “Belpaese”, patria di artisti eccelsi come Leonardo, Raffaello, con il magico Vesuvio tutto lapilli e nuvole, è stato una realtà fiabesca che ha stimolato in modo naturale la creatività. Molte parti sono saggi già pubblicati in precedenza per omaggiare le persone che tra l’Ottocento e il Novecento hanno anticipato i tempi e raccontato attraverso le loro opere quanto “l’arte intervenga nella vita”. Scopriamo così che all’inizio dell’Ottocento sono i francesi Pierre-Henri de Valenciennes e Simon Denis arrivati a Roma, cominciano a dipingere soltanto nuvole, elementi di bellezza e poesia. Usano i nuovi colori a olio, nei tubetti, che si asciugano in trenta minuti: sono i primi tentativi di arte astratta, si scopre la pennellata veloce per fissare sulla tela le nubi in continuo movimento.



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