L’investitore americano

L’investitore americano
C’era una frase che pareva perfetta. Ma adesso non se la ricorda, il che è un guaio se fai lo scrittore e quella frase è giusto quello che cercavi per iniziare un racconto. Meglio uscire, prendere il cane e affrontare l’afa di Berlino, che detta così fa un po’ ridere, eppure anche a Berlino per qualche settimana l’anno non si respira dal caldo. Poi, come se non bastasse il blocco dello scrittore, il caldo, quell’idiota del cane che ha perso la palla, c’è questa enorme seccatura dell’appartamento che sta lentamente sprofondando. Hanno iniziato a fare dei lavori al piano di sotto e hanno scoperto che le travi erano completamente marce, quasi immediatamente l’appartamento di sopra ha cominciato a cedere, la vasca da bagno s’è inclinata addirittura, e lui e sua moglie stanno ancora a discutere se cercare un’altra casa o rimanere lì…
Che poi basterebbe poco per essere davvero felice (“molte felicità piccole, poca felicità vera e propria”) ma in genere siamo tutti bravissimi a logorarci l’esistenza con pensieri tossici, specie uno che di mestiere fa lo scrittore e coi pensieri e le parole ci campa. Allora ecco che il protagonista di questo sorprendente romanzo ci travolge con le sue elucubrazioni, i suoi tentativi di scrivere una lettera all’investitore americano che ha acquistato lo stabile di Berlino, al fine di colpirlo dritto al cuore, di blandirlo, di farselo amico, di fargli comprendere quanto è importante la casa, quella casa. Ma l’appartamento che sta franando è anche il pretesto per portare alla luce una innegabile crisi matrimoniale e il riaffiorare di lontani ricordi d’infanzia.
Angosciosamente lieve, quest’uomo sfatto, sudato e confuso, sta a metà fra Calvino e Kafka: un irresistibile Palomar avvinazzato alle prese con un Castello che crolla. Infilatevi un caschetto giallo e fiondatevi tra le pagine di questo libro.

 

 

 

 
 
 
 
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