L’invisibile ovunque

L’invisibile ovunque
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Adelmo Cantelli è il figlio più giovane della famiglia. Suo fratello è appena stato chiamato per andare a combattere. A casa non sono di certo felici. È il figlio maggiore che fornisce, con il suo lavoro tra i campi e il pascolo degli animali, il maggiore sostentamento. Adelmo è considerato il figlio più debole. Ed è per questo che Adelmo sente, ineluttabile, la necessità di dimostrare quanto sia forte, coraggioso, di certo non da meno del fratello maggiore: lo fa arruolandosi come volontario… Giovanni è in treno: direzione ritorno al fronte. Controlla l’orologio. Dopo Bologna deve prepararsi. Vuole scendere a Ferrara. Deve scendere a Ferrara. È lì che c’è il più grande centro psichiatrico, è lì che vuole rifugiarsi per non dover tornare a combattere… Marie-Louise al termine della guerra trova le lettere di suo fratello Jacques. Ne rimane sconvolta. Era una bimba e non ricorda nulla di lui. E sul suo ricordo i suoi genitori hanno posto una vera e propria damnatio memoriae. Non si arrende, deve sapere di più. E per questo, con un misto di pudore e timidezza, si reca ad incontrare Andrè Breton, celebre scrittore e artista… Se si potesse inventare qualcosa, una cosa qualunque, per nascondersi, mimetizzarsi, diventare invisibile, non sarebbe più semplice e meno doloroso affrontare questo abominio che è la guerra? Questo si chiede Francesco Paolo Bonamore, ingegnere che ha inventato la tuta mimetica…

Dopo un periodo di silenzio i Wu Ming tornano a pubblicare un lavoro collettivo. Stavolta si tratta di quattro racconti lunghi che hanno come ambientazione il periodo storico della Prima guerra mondiale. L’invisibile ovunque è un libro molto diverso da quello che ci saremmo aspettati dal collettivo bolognese. Ci immaginavamo uno dei loro romanzi complessi e bellissimi, le canoniche ottocento pagine epiche. Invece è una raccolta breve, ma segna una svolta non solo per la lunghezza. Sembra che i Wu Ming abbiano messo un punto al “nuovo romanzo storico italiano” proprio con questo lavoro. E le quattro storie non sono scritte in maniera corale: ognuno di loro ne ha scritta una e l’ha sottoposta alla lettura degli altri componenti del collettivo. Per questo lo stile è diverso in ogni storia: si va da quello più classico a quello definito “mockumentary” in perfetto stile anglosassone, e tutti i racconti si amalgamano alla perfezione rendendo il lavoro piacevole e interessante per il lettore. Non è un libro di rievocazione storica, sia chiaro. È un lavoro sull’evasione. Su come diversi protagonisti siano riusciti ad evadere la mattanza della Prima guerra mondiale in quattro modi diversi, diametralmente opposti. C’è chi è diventato una macchina da guerra, chi s’è finto pazzo pur di non affrontare l’orrore, chi ha sognato l’invisibilità. Non è un inno all’inattività. È la costatazione che evadere sia costruirsi un altrove possibile.



 

 

 

 
 
 
 

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