L’Irlandese

L’Irlandese
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Primavera 1919, Cooldrinagh. Il vento agita le fronde dell’albero, il ragazzo si rigira per mettersi con le gambe ciondoloni. Sente la porta di casa che si apre e la voce di lei chiamarlo cantilenando. Riesce a udire distintamente la musica provenire dall’abitazione, è Frank che dà fondo a tutta la sua abilità nell’esecuzione sotto il suo sguardo vigile e indagatore. Richiude la porta, va a cercarlo in giardino, ripercorre poi a ritroso i passi e torna in casa. Si chiede dove si sia andato a cacciare quell’uccel di bosco. La pagherà, lo sa, ma per il momento è fuori dalla sua portata. Si spinge più avanti sul ramo, tira un respiro profondo, lascia andare il tronco e spalanca le braccia. Si tuffa nel vuoto, la forza di gravità lo ghermisce, i rami e i ramoscelli lo schiaffeggiano. L’impatto col suolo quasi lo annichilisce, ma dopo qualche minuto passato a riprendere fiato si rialza, dolorante… Greystones, contea di Wicklock, settembre 1939. Ha la pancia sottosopra e un cerchio alla testa. Non ha fame, gli viene chiesto se vuole del bacon o delle uova. La sola cosa che sembra necessaria sembra l’alcol, col risultato che si riduce in questo stato. Era riuscito a scrivere qualcosa a Parigi? No, quasi nulla. E allora perché non restava lì? Eppure sente l’esigenza di andarsene in Francia, anche ora che sta scoppiano la guerra con la Germania e praticamente nessun posto in Europa è sicuro. Quando sono a Parigi, Suzanne pensa che è ridicolo, quasi scandaloso, essere felici in un momento così terribile per il mondo intero. Lui ha un lavoro molto importante da portare a termine, talvolta gioca a tennis con Alfred Péron, o si trovano a casa sua per lavorare alla traduzione del suo libro. Il tentativo di volgere il suo particolare inglese in un altrettanto particolare francese richiede sforzi notevoli, e Murphy non è un testo facile…

Dopo Longbourn House, un romanzo dall’atmosfera e dall’ambientazione vagamente austeniane uscito in Italia nel 2016 sempre per Einaudi, la scrittrice Jo Baker (con all’attivo anche un master in Letteratura irlandese alla Queen’s University di Belfast) si cimenta con L’Irlandese con il genere della biografia romanzata. Già, perché il “lui” continuamente rievocato ma che resta innominato per le oltre 300 pagine altri non è che il genio teatrale Samuel Beckett. L’alone di mistero creatogli attorno dall’autrice può incuriosire per i primi capitoli, dopodiché il gioco diventa stucchevole, snervante e a tratti patetico. Gettandosi nel bel mezzo della vita dello scrittore che ritorna a Parigi dalla sua compagna Suzanne Dechevaux-Dumesnil, dopo che si era già trasferito nella capitale francese nel 1937, il lettore si sentirà in qualche modo, proprio per questo assurdo artificio di lasciare senza nome Beckett, come catapultato nel clima di vaghezza di En attendant Godot. Forse, a ben vedere, questo è l’unico reale omaggio alla scrittura di Beckett, perché lo stratagemma adottato è degno del teatro dell’assurdo, e non si va mai oltre una rivisitazione (non sapremmo dire fino a che punto libera) del vissuto di quegli anni in cui la Francia cadeva in mano nazista, mentre veniva tradotta la sua opera Murphy e il suo rapporto di rivalità con il mostro sacro della letteratura irlandese Joyce arriverà al climax. Un libro senza mordente, con descrizioni stereotipate e naïf, che polarizzerà i pareri dei lettori fra chi lo amerà e chi lo odierà – con netta prevalenza, crediamo, dei secondi.



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