L’isola dei senza colore

L’isola dei senza colore
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Pingelap è un’isola della Micronesia, devastata nel 1600 da un tifone che ha ucciso quasi tutti gli abitanti lasciandone in vita solo una manciata, tra i quali due uomini portatori di un gene recessivo che determina l’acromatopsia, ossia una cecità totale ai colori, nonché una forte fotosensibilità e scarsa acuità visiva. Il ripopolamento dell’isola attraverso i secoli è risultato di conseguenza in una popolazione in cui il gene è progressivamente diventato dominante e i cui abitanti hanno destato la curiosità di molti ricercatori, a cominciare da Darwin e Wallace, che ne hanno parlato nei loro resoconti, per finire a Oliver Sacks, il quale, essendo stato affetto da emicranie visive da bambino, è particolarmente incuriosito dalla cecità totale ai colori degli isolani e visita Pingelap accompagnato dal neurologo norvegese Knut Norby, il cui figlio è affetto dalla malattia, e dall’oftalmologo Robert Wassermann, che ne è affetto in prima persona. L’aver abitato a lungo su isole, oltre che la passione infantile per tutta una letteratura avventurosa che aveva come scenario isole misteriose, predispone Sacks a comprendere la natura degli abitanti di realtà insulari ed a capirne la sensibilità. La sua curiosità per le malattie rare in comunità chiuse è stimolata anche da alcune storie in cui si è imbattuto nel corso delle sue ricerche scientifiche. A partire da quella di Fuur, un’isola situata nel fiordo danese di Jutland, i cui abitanti sono stati a lungo afflitti dalla stessa anomalia genetica dei micronesiani che è poi sparita nel corso degli ultimi 40 anni e che è stata oggetto di studio da parte di Norby. Martha’s Vineyard è invece stata abitata a partire dal XVIII secolo da una popolazione in cui si è trasmesso per generazioni il gene della sordità totale, ma che nel tempo ha sviluppato una straordinaria capacità di comunicare attraverso il linguaggio dei segni, abilità che trattandosi di un’isola prevalentemente di pescatori, ha consentito un sistema di comunicazione oltremodo efficace sia nei rapporti interpersonali ravvicinati che nelle comunicazioni a distanza, ad esempio quelle tra barche al largo. I suoi abitanti nel corso del secolo scorso dichiaravano di sognare e pensare nel linguaggio dei segni! Tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, l’isola di Guam ha attratto moltissimi esponenti della comunità scientifica internazionale a causa di una straordinaria malattia che gli indigeni, i chamorro, chiamavano lytico-bodig. Si trattava di una paralisi progressiva lytico, per alcuni versi una via di mezzo tra Alzheimer e Parkinson. Sacks si reca a Guam negli anni ’90 con l’intuizione che lo studio di questa popolazione possa rivelare informazioni interessanti per la cura di patologie come la sindrome laterale amiotrofica, l’Alzheimer e lo stesso Parkinson…

Ancora una volta Oliver Sacks condivide la propria esperienza di neuroscienziato, le sue intuizioni scientifiche e i suoi interessi di ricerca in un libro che nulla cede del proprio valore scientifico alle doti di affabulatore, narratore e divulgatore del suo autore il quale ascrive alla propria fascinazione per le isole e alla curiosità fuori dal comune che lo ha caratterizzato fin da bambino la spinta ad indagare la presenza di malattie rare in intere popolazioni che hanno vissuto per lungo tempo isolate da contaminazioni esterne. L’isola dei senza colore è la raccolta di due reportage di altrettanti viaggi che l’autore ha fatto a Guam e Pingelap sulle tracce non solo delle malattie dei rispettivi abitanti, ma anche e soprattutto delle storie, dei costumi, degli ambienti naturali e sociali e delle rispettive peculiarità. Come già aveva fatto in altre sue storie, anche ne L’isola dei senza colore Sacks racconta e sfrutta i tanti stimoli che la sua fantasia ha avuto durante un’infanzia e un’adolescenza fuori dal comune, le letture sterminate e variegate, oltre che la passione per la biologia, la chimica, l’opera di Darwin e H.G. Wells che ha condiviso con i suoi amici Jonathan Miller ed Eric Korn (a cui il libro è dedicato) della St. Paul’s School di Londra. Stephen J. Gould ha scritto, scherzando forse solo in parte, che “...ogni classe ha un Sacks, un Korn o un Miller, ossia un ragazzo il cui zelo e la cui curiosità appassionata per la natura sopraffanno le pressioni del conformismo”. C’è stata però una sola classe i cui banchi sono stati condivisi da tre personaggi altrettanto straordinari che hanno continuato per tutto l’arco delle proprie vite ad alimentare le reciproche passioni con gli stessi occhi incantati che avevano da bambini. Ancora una volta la celebrazione della curiosità sin dall’infanzia come solo motore possibile della conoscenza è il fil rouge che tesse la trama della narrazione scientifica di Sacks. Il colore rosa scelto dal bimbo di Knutt per dipingere la Battaglia della Roccia Grigia, la memoria uditiva che, insieme ad un’ipertrofica curiosità, ha aiutato i bambini di Pingelap nella definizione di colori che non vedono, la passione di Bob Wassermann per l’evoluzione delle canoe a bilanciere destano l’ammirazione di Sacks perché si relazionano molto intimamente con il suo approccio alla scienza, con la curiosità sua e dei suoi due giovani amici che trascorrevano pomeriggi incantati ai Kew Gardens, scoprendo perché il paradiso è sempre stato rappresentato nella mitologia religiosa come un giardino e ricavandone uno spirito speculativo scevro da qualsiasi pregiudizio ed aperto alle più fantasiose possibilità, che farà di Sacks uno degli uomini che, pur profondissimamente incardinati nella modernità, riescono ad incarnare senza contraddizioni anche l’ideale dello studioso rinascimentale.

 

 

 

 
 
 
 

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