L’isola del faro

L’isola del faro
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Miranda osserva Southeast Farallon poco prima di scendere dal traghetto beccheggiante che le ha dato la nausea durante tutto il viaggio: sono molto più piccole di quanto si aspettasse, una sorta di “catena montuosa minuscola e acquatica”. Riesce ad arrivare sulla banchina tramite un Billy Pugh (una grande gru con un cestello di metallo all’estremità, n.d.r.) – è impensabile accostarsi alla terraferma brulla e spigolosa, soprattutto con il mare così agitato – e aspettando che la nausea scemi si incammina verso la casa che la ospiterà per i prossimi dodici mesi. La giornata è fredda, il mare brontola rumorosamente contro le scogliere, il viaggio è stato tremendo ed anche l’accoglienza non è delle migliori: nessuno che l’aiuti a portare le valigie e nessun benvenuto. La casa è vecchia: in bagno non si può tirare l’acqua troppo spesso, la tv non funziona quasi mai e le assi del pavimento scricchiolano ad ogni movimento. Tutta l’attrezzatura fotografica, il cibo e persino i vestiti devono essere conservati in contenitori di plastica per proteggerli dall’umidità, dai roditori e dei parassiti degli uccelli. Un luogo inospitale, insomma, eppure c’è qualcosa di ipnotizzante nel paesaggio, là fuori: “gli isolotti sono delle stelle al centro di una galassia di vita marina”. Ci sono gli squali bianchi che si avvicinano alle isole solo in certi giorni, le balene in cerca di krill, i pulcinella dai ciuffi, le lontre di mare, le meduse pettine: è un mondo magico da osservare e fotografare. Un eden per una fotografa naturalista come Miranda sempre che impari a non cadere sul terreno sconnesso e a evitare i gabbiani. E sempre che riesca a socializzare con i burberi conviventi della casa, arrivati sulle Farallon per studiare quel meraviglioso ambiente incontaminato...

Difficile inquadrare in un unico genere il romanzo d’esordio di Abby Geni, giovane scrittrice statunitense già vincitrice del Glimmer Train Fiction open e del Barnes&Nobles Discover Great New Writer 2016. Chi si avvicina però a questo libro aspettandosi un ottimo giallo rimarrà inevitabilmente deluso. La storia di Miranda e dei lunghi mesi trascorsi sulle isole Farallon non è un giallo quanto piuttosto un complicato puzzle le cui tessere, apparentemente incomplete, trovano la giusta collocazione solo alla fine del romanzo, quando è chiaro che in realtà non manca alcun pezzo e l’immagine da frammentata si mostra finalmente nitida e completa. È innanzitutto una storia di perdita, prima fra tutte – ma non l’unica ‒ quella che Miranda subisce giovanissima quando la madre scompare in un incidente stradale e alla quale da quasi vent’anni scrive lettere mai spedite. Scritte per non perdere il ricordo di lei e per non affogare in “quell’ondata di dolore senza fondo che, ancora adesso, può essere alleviata solo da qualche minuto passato alla scrivania, a scrivere con la testa china sul foglio”. Ma è anche una storia di crescita personale, che passa attraverso le difficoltà di una convivenza forzata, l’accettazione ed il superamento dei propri limiti, ed il dolore per uno stupro subito. In un ambiente chiuso ed ostile come quello delle Isole Farallon, l’uomo è nudo e mostra quel lato oscuro che le convenzioni sociali spesso tengono a bada. Ognuno dei protagonisti è alle prese con il proprio, mentre sullo sfondo la natura incontaminata e ostile (il mare sempre urlante sulle coste rocciose, la nebbia che spesso cala rendendo buio l’orizzonte anche durante i mesi estivi, gli squali che non disdegnano carne umana e, non ultimi, gli uccelli dagli “occhi folli”e i becchi scintillanti che lanciando gridi di battaglia scendono in picchiata contro il malcapitato di turno) è spettatrice indifferente e a volte crudele delle vicende umane.



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