L’Italia dei poveri

L’Italia dei poveri
Sul finire degli anni 50 a Sesto, hinterland milanese, vivevano circa quarantacinquemila abitanti, che raddoppiavano durante la settimana grazie al fiume di operai che arrivavano da tutta la Brianza e dal bergamasco. Le fabbriche erano numerosissime e producevano tutto, dall’acciaio alla gomma alle radio. Come vivevano questi lavoratori? Quali erano le loro aspettative per il futuro? Erano consapevoli di far parte (e in maniera determinante) di una crescita che, di lì a poco, avrebbe originato il boom economico? Luigi, operaio fresatore, parla delle vessazioni a cui i dirigenti sottoponevano i lavoratori sindacalizzati. Un altro giovane, poi, fa un’affermazione che non sembra affatto arrivare da più di cinquanta anni fa, ma dalla nostra cronaca: “I giovani lavorano senza entusiasmo perché sono assunti con contratto a termine che viene rinnovato, di solito, ogni tre mesi e restano per anni, qualsiasi funzione svolgano, nella condizione di manovale. Un tempo, invece, si cominciava come apprendista e si passava poi operaio qualificato e specializzato. La maggior parte quindi fa come i cavalli e, finite le otto ore, pensa solo a divertirsi il più possibile.” La precarietà, la sfiducia e lo sballo come mezzo per stordirsi e non pensare alle brutture della quotidianità esisteva dunque anche negli anni ‘50. Cosa è cambiato da allora? Moltissime cose, ovviamente, eppure, a rileggere queste cronache, sembra che i problemi strutturali del ceto operaio e medio siano sempre gli stessi… 
Tra il 1950 e il 1957 Giovanni Russo, giornalista del Corriere della Sera, intraprende una serie di viaggi nella provincia italiana. A muoverlo è, ovviamente l’interesse professionale, ma non solo. Nel corso di queste inchieste e interviste si ha la possibilità di riscoprire il passato recente del nostro paese grazie a uno sguardo che non è né conformista né piegato ad alcuna propaganda politica. Come vivevano i nostri nonni e i nostri genitori in quel frammento di storia che sta tra la fine della guerra e il boom economico? Certo, le condizioni di vita stavano cambiando in meglio per tutti, ma c’erano ancora vastissime sacche di povertà e disagio, c’era la miseria e i tentativi di arginarla con l’ormai tristemente celebre “arte di arrangiarsi”. I protagonisti di queste storie sono operai, contadini, preti, borghesi, incontrati a Milano, Genova, Terni, Roma, Napoli, nei luoghi più tipici della socialità e del confronto: dalle sedi dei partiti, ai circoli ricreativi, alle parrocchie o, semplicemente, lungo le strade. È un’Italia che scalpita per entrare nella modernità, quella che ci racconta Giovanni Russo, e che, tuttavia, deve ancora fare i conti con il peso di un passato chiuso e diffidente. I suoi protagonisti sembrano usciti dalle pagine della grande letteratura del tempo: Pasolini, Silone, Piovene. Bene ha fatto l’editore Hacca a ripubblicare questo bel libro, uscito nel 1958 da Longanesi e poi nel 1982 da Marsilio. Enormi le differenze fra l’Italia (dei poveri) di allora e quella di oggi, ma anche, e lo diciamo con una certa inquietudine, tante le similarità.

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