L’italiano

L’italiano
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Abdel Nasser indaga approfonditamente la questione piuttosto spinosa delle esplosioni all’interno dei quattro prestigiosi alberghi di Sousse e Monastir, e nel far questo scopre che senza dubbio vi è un inequivocabile e diretto coinvolgimento negli attentati che sono stati commessi da parte del figlio di un importante uomo politico della provincia del Sahel (una regione costiera della Tunisia a sud del golfo di Hammamet), il classico rampollo d’ottima famiglia che come minimo ha facilitato con dovizia di mezzi, dato che ne dispone in abbondanza, la parte logistica dell’azione. E questo significa per l’appunto una sua diretta responsabilità, sia che sia stato semplicemente, per così dire, a conoscenza del piano, e nonostante questo non abbia, com’è viceversa dovere di tutti, informato le autorità, sia che abbia contribuito in maniera più concreta, tangibile e immediata alla realizzazione pratica. D’altro canto un tipo come lui non può non farsi forte di una cosa, ossia del fatto che a nessuno potrebbe mai anche solo lontanamente venire in mente di dubitare di lui, in quanto figlio di una delle colonne portanti dell’intero establishment, del macchinoso e poderoso apparato del governo. L’inchiesta contiene inoltre informazioni su alcuni conti segreti in banche estere attraverso i quali il figlio dell’eminente personalità politica finanzia l’organizzazione. E qui Abdel Hamid si concentra sul fatto che una simile accusa è infondata e non sta certo a lui cercare le prove, dal momento che le forze di sicurezza e i servizi segreti, a quanto ne sa lui, non hanno mai arrestato la persona in questione. Quindi inizia una catena di ipotesi, pericolosissime anche solo a pensarsi…

L’International Prize for Arabic Fiction è il più importante premio letterario per la narrativa araba: questo romanzo se lo è aggiudicato nel 2015, e non si tratta di un riconoscimento come tanti, ma di una vera e propria attestazione dell’oggettiva, limpida e cristallina qualità di questo testo che ha una struttura molto solida, semplice e lineare (forse troppo, nonostante il gran numero di flashback e digressioni) che mantiene sempre desta l’attenzione del lettore attraverso una prosa ampia e regolare, dal tono delicato e suadente, che amalgama bene tanti temi e non ha cedimenti né passaggi a vuoto. Ricorda un po’ l’andamento musicale dei racconti intorno al fuoco per come siamo abituati a ricordarli o a vederli rappresentati anche filmicamente, in cui vite intere vengono condensate, e ogni comportamento trova la sua spiegazione ritornando al passato, alle cause: la Tunisia è vicinissima a noi, è difficile che non si abbia esperienza di un viaggio nella terra di Cartagine e Djerba, dove tutti capiscono e molti parlano l’italiano, ma al tempo stesso è un mondo diverso, fatto di riti, usanze, tradizioni e costumi particolari, che nel romanzo sono vividamente e credibilmente descritti, tanto che, leggendo, pare di essere davvero tra le bancarelle di un colorato mercato profumato di spezie. Inoltre l’opera di Shukri al-Mabkhout è anche un interessante strumento per interpretare il mondo di oggi, come del resto avviene sempre affrontando la storia: racconta infatti una rivolta che precede di decenni le primavere arabe, ma che di fatto era fondata sulle stesse istanze e ha vissuto le medesime frustrazioni, il desiderio dei giovani, opposti ai novelli islamisti, di riforme liberali, per rendere il paese emancipato dalla corruzione, dal degrado opprimente, dal maschilismo. Abdel Nasser è ora un giornalista affermato e disilluso: lo conosciamo mentre, nella costernazione genrale, picchia l’imam che sta officiando le esequie di suo padre. Ma al tempo delle ribellioni che portano alla destituzione dello storico presidente Habib Bourguiba per mano di Ben Ali, che starà al potere per quasi un quarto di secolo, è un giovane leader studentesco vive una storia d’amore per la splendida e appassionata Zeina.



 

 

 

 
 
 
 

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