L’occhio

L’occhio
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Sono gli anni Venti del Novecento e lui sta da vent'anni in questo schifo che è la vita. Trascorre a Berlino il suo primo autunno da émigré, conosce una connazionale russa e ne diventa l'amante. Non si sente coinvolto, ma a starle vicino prova almeno un senso di caldo. Quando il marito di lei però lo scopre, lo riempie di botte. Che umiliazione. Cosa può fare lui adesso? Suicidarsi: si punta la pistola contro quella piccola cosa viva, gioiosa e indifesa che è il cuore e... spara. Morire non è poi così difficile come dicono. Peccato però che il pensiero continui a vivere anche dopo la morte, a forza d'inerzia. Lui s'immagina in ospedale e gli par di sentir dire che quel gorgoglio dopo lo sparo non era causato dal fiotto della vita che se ne va, bensì da una brocca d'acqua colpita per sbaglio. Gli appare anche la scena del suo ritorno a casa: là diventa spettatore della sua vita e di un gruppo di emigrati russi che vivono assieme ai “fantasmi di antiche abitudini pietroburghesi”. Tra loro spicca un individuo: Smurnov...
Chi è che ci definisce, gli altri o a farlo siamo noi stessi? Il nostro sguardo è formato dal riflesso di quello altrui su di noi o ha una sua indipendenza? Attorno a queste domande eterne si sviluppa il quarto romanzo di Vladimir Nabokov, L'occhio. Come spiega l'autore stesso nella prefazione, il titolo della versione originale era “Sogljadataj”, «un termine militare che significa “spia” o “osservatore”, parole entrambe prive della flessibilità di accezioni che si ha in russo». Per questo nella traduzione in inglese – e poi di conseguenza in italiano – si è scelto di porre enfasi solamente sull’equivalenza tra “aj” e “eye”. Questa difficoltà linguistica potrebbe già da sola far da preambolo a uno dei messaggi più profondi che la lettura de L'occhio regala, ossia che qualsiasi verità difficilmente è assoluta e che raggiungere certezze è piuttosto arduo. Nabokov lo rivela con magistrale ironia, inventandosi un personaggio – per metà comico e per metà cerebrale – che non si rassegna all'idea di esser vivo e che palesa il suo rebus interiore lasciando trasparire una serie di indizi sottili. Sono pagine davvero geniali e sorprende – come se tutto il resto non fosse già straordinario – che la prima traduzione in inglese sia finita su “Playboy” nel 1965, in tre puntate. Tra una coniglietta e l'altra.

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