L’occhio del male

L’occhio del male
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Mariana è la moglie numero quattro. Ha sposato Austin Mohr, famoso intellettuale molto più vecchio di lei, il quale avrebbe dovuto amarla e proteggerla dopo averla salvata dal baratro della depressione causata dalla perdita di entrambi i genitori. Invece, appena dopo le nozze, Austin ha preso a infuriarsi con lei per un nonnulla: perché sposta la mobilia della “sua” casa senza chiederne il permesso ad esempio, o perché il contorno di spinaci da lei preparato non è assolutamente necessario al pasto “ricco e completo” che lui sta cucinando. Per non parlare di quanto la faccia sentire inadeguata quando la corregge, o parla delle sue ex mogli, sopratutto di Ines, la moglie numero uno, il cui “fantasma” aleggia di continuo nella casa, ancora piena zeppa di suoi suppellettili. E tra poco Ines verrà a trovarli, ospite per una notte assieme alla sua giovane nipote violoncellista: Mariana è in ansia, Austin non si è neppure preoccupato di chiedere il suo parere a riguardo... Lizbeth si sente emozionata e confusa sotto lo sguardo tenero e insistente di quel ragazzo carino seduto al tavolo accanto al suo in biblioteca, e che come lei, prende appunti circondato da tomi aperti. È incredibile che provi attrazione proprio per la sedicenne sola e disperata, diversa da tutte le altre perché ancora immatura e infantile nel corpo e nei comportamenti. Lisbeth cerca di tenere ostinatamente lo sguardo basso, ma i suoi occhi vagano per i fatti loro, posandosi di continuo su quel viso dai tratti marcati, incorniciato da un paio di occhiali dalla montatura dorata. Avvampa, i capelli castani scarmigliati (è venuta con la bicicletta) il cuore in preda all’agitazione. È stata scelta, un’esperienza del tutto nuova. Che scocciatura quando il ragazzo se ne va via senza neanche degnarla di uno sguardo; succede sempre così: c’è un picco iniziale di interesse nei suoi confronti, e poi puff, questo evapora. Ma stavolta – sorpresa e meraviglia! – il suo affascinante ammiratore la sta aspettando fuori dalla biblioteca... IBS, nome in codice per l’esecuzione. Bart ne ha pianificato ogni nanosecondo, strafatto di Ritalin: partenza all’una e venti del mattino dalla Delta-Sig, abbigliamento e scarpe rigorosamente neri, così come i guanti in finta pelle stretti in corrispondenza delle nocche, rubati dalle tasche di un parka appeso da qualche parte nel campus. Niente testimoni. Solo lui e il suo Explorer, con cui raggiungerà ‒ dopo tre ore e venti di autostrada alla velocità impostata di centodieci chilometri orari ‒ la casa di pietra in stile Tudor al 29 di Juniper Drive. Una delle tre porte basculanti del garage è aperta. Colpa di quell’incauta di sua madre. In fondo al garage c’è l’ascia, che visione! Lama sottile e cattiva. Staccare l’ascia dal muro. Disinserire l’allarme anti-intrusione: parte del codice è la data di nascita di suo padre,1957. Bisogna agire in fretta. Ed è la forza sinistra dell’ascia a condurlo al piano di sopra, al buio, e a fermarsi davanti alla porta chiusa della camera dei suoi... Aveva avuto diversi uomini, senza volere mai lasciarsi andare completamente. Li attirava, poi li respingeva, passando per una donna squallida e meschina. Ma di N. poteva innamorarsi sul serio. E tuttavia, nonostante il sentimento, il problema si ripresenta di nuovo, implacabile: l’involontario serrarsi dei muscoli pelvici, il suo corpo che indietreggia e si richiude su se stesso come quello di una bambina spaventata. L’uomo che cerca di entrare nel suo corpo è una tortura, un’offesa; Cecilia comincia a tremare convulsamente mentre N., avvinghiato a lei nel suo letto, l’ascolta con attenzione. “Non sei tu. Io ti amo”...

Uomini e donne. O meglio, orchi e vittime. Mariti e mogli, amanti, madri e figli, zii e nipoti: una carrellata di personaggi disturbati (e disturbanti) incapaci di vivere i legami in modo sano e normale; l’amore declinato nelle sue forme più cupe e devastanti: dalla possessione alla violenza, dall’ossessione allo stupro. Temi crudi e attualissimi che Joyce Carol Oates decide di raccontarci senza fare sconti, attraverso una serie di quattro magistrali racconti, brevi ma dal ritmo serrato, dalla narrazione essenziale ma non per questo meno potente e suggestiva. Siamo alle primissime righe, ma la Oates non ci gira intorno: il problema del protagonista è lì, chiaro e limpido, doloroso e accecante come uno schiaffo in pieno viso. Assorbirne il disagio è un attimo, si vorrebbe procedere con calma ma è quasi impossibile, incalzati dal sentore della tragedia che incombe, tanta è la voglia di conoscere l’epilogo, di sapere chi avrà la meglio in questo gioco al massacro. Ma già si intuisce: si rimarrà comunque con l’amaro in bocca, qualunque sia l’esito della faccenda. Il fiuto dell’orco è sottile, il suo sguardo ingannevole (forse è proprio il suo, l’occhio malefico menzionato nel titolo della raccolta) sa esattamente dove andare a posarsi: lei è ordinaria, remissiva e depressa come la Mariana di Malocchio, o bruttina e affamata d’amore come la giovane Lizbeth di Così vicino. In ogni momento. Sempre è una madre devastata, volutamente cieca di fronte alle azioni di un figlio degenere come la Louisa de L’esecuzione, o ancora, una bambina abusata da qualcuno a lei molto caro, come la Cecilia de Il pianale; donne alla ricerca spasmodica di dolcezza e protezione, tutte pronte a sacrificarsi sull'altare sbagliato pur di non fare i conti con la solitudine o i sensi di colpa: bocconcini prelibati per narcisisti e depravati. La copertina parla da sola. L’autrice è strepitosa. Da non perdere.



 

 

 

 
 
 
 

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