L’oggetto piccolo b

L’oggetto piccolo b

Ivan fa il libraio. È sposato con Marta e, come capita a tutte le coppie, ha ospiti a cena e un carico di spesa da portare a casa, caricare in ascensore e poi scaricarlo in casa. Poi la spesa viene accuratamente riposta in dispensa e in frigorifero da Janet, la domestica. Marta è un po’ esagerata nel fare acquisti, soprattutto quando ha invitati, ma vuole fare bella figura, vuole che non manchi nulla alla sua tavola, per non dare di sé l’immagine sciatta di chi viene colto in fallo. D’altronde Ivan la ammira anche per questo e ora che può finalmente starsene nel divano la guarda con compiacimento. A cena verrà Fedro, amico di lui, mentre lei ha invitato la sua amica Paola perché spera che possano piacersi, mettendo in atto quella che definisce “la sottile arte dell’intrallazzo”. Marta dà le ultime istruzioni al marito e a Janet prima di andare a cambiarsi, ma lui improvvisamente si ricorda che si sono dimenticati il gelato. Acconsente alla richiesta della moglie di scendere a comprarlo, ma in realtà è tutta una scusa, perché poco lontano da casa lo attende Fedro, sì, proprio l’amico che deve venire a cena. I due si abbracciano, la situazione è un po’ strana, tanto che Ivan dice che invitando l’amico rischia parecchio, facendo più del dovuto, anche perché in realtà non sono solo amici... Infatti Fedro non si sarebbe proprio aspettato una carognata del genere da Ivan e si ritrova a dover gestire la situazione difficile quando è lasciato da solo con Paola, mentre Marta è ancora a prepararsi e il suo amico è andato a prendere gli aperitivi. I due si studiano, lei sembra colpita dall’uomo dal fascino torbido, muscoloso e volutamente trasandato per mettere in evidenza ancora di più l’eleganza del suo essere...

Recita il sottotitolo del libro “noi due, gli altri e una travolgente normalità”, ma viene da chiedersi quali “noi due”? Quale “travolgente normalità”? Perché a ben guardare c’è poco dell’ordinaria amministrazione quotidiana, anche se poi tutto è riconducibile o quasi all’amore... Già, quanti amori e quanto sapere in un solo romanzo! Forse un po’ troppo e la lettura diventa frammentata da mille note e spiegazioni, quando potrebbe essere leggera e scorrevole, perché la prosa è ben scritta. Ogni capitolo ha la sua musica, la sua arte, le sue citazioni. Per ogni personaggio si “scomoda” la letteratura latina, la filosofia, molti degli autori europei del passato. Ma alla fine viene da chiedersi: serve tutto questo sfoggio di cultura per parlare d’amore? Non che l’amore non lo meriti, eh. Il più nobile dei sentimenti è un gioco che vale la candela, ma forse è anche vero che si nutre di cuore e piccole cose, si appoggia su rispetto, sincerità e lealtà. Ma è, ovviamente, una scelta dell’autore (importante montatore e regista italiano, qui al suo esordio come romanziere), che alla manciata di personaggi che popolano il suo romanzo fa vivere di tutto e di più. Le mille facce dell’amore, verrebbe da dirsi e magari notare che forse quello dei genitori per i figli gioca un po’ il ruolo del grande assente... E poi c’è quell’oggetto piccolo b del titolo. Viene usata la “b” per non confonderla con la “a” usata dallo psicanalista e filosofo francese Lacan, anche se da questa prende le mosse, diventando nome del locale (un tempo Stiffelius) e soprattutto, nel suo intento più profondo, dando il titolo al romanzo. In fondo è comunque ricerca di godimento, ma qui entra in gioco anche l’ironia.



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