L’ombra del collezionista

L’ombra del collezionista
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È un 5 novembre gelido ventoso e piovoso. Lincoln Rhyme, il consulente tetraplegico, ha ormai chiuso il caso dell’aggressione a un dipendente del Dipartimento Lavori Pubblici come una rapina finita male e si sta dedicando a pensieri più o meno filosofici sulla morte. Uno dei suoi peggiori nemici, Richard Logan alias l’Orologiaio, è morto in prigione. Una morte che lascia Linc privo di un rivale straordinario, uno dagli stessi processi mentali, così diverso eppure così simile: uno a servizio della giustizia, uno della sua follia. A Soho intanto Chloe Moore, attrice e commessa, viene aggredita da uno sconosciuto nel sotterraneo dove si trova il magazzino della boutique in cui lavora. L’unica cosa che sa è di aver sempre odiato scendere lì sotto e l’ultima cosa che vede è un volto deformato da una maschera di lattice e un centipede rosso con occhi umani tatuato sull’avambraccio del suo aggressore. Sul suo corpo viene trovato un tatuaggio letale fatto con tossine anziché colore, e non ci sono dubbi, il tatuaggio è parte di un messaggio. Destinato a Rhyme e alla sua squadra, che ormai è anche la sua famiglia…

L’undicesima indagine di Rhyme, strettamente legata alla prima fin dal titolo che in originale è The skin collector (ricordate Il collezionista di ossa?) vede il killer arrivare vicino, vicinissimo al consulente tetraplegico, quasi si trattasse di una questione personale. Paradossalmente è presente anche un altro degli storici nemici di Rhyme, che Deaver usa per portarci un po’ più addentro alla sua psicologia, per guidarci in quei suoi percorsi mentali che lasciano il lettore a bocca aperta. Dopo qualche romanzo in cui si era sentita un po’ di stanchezza, qui Deaver rimette in campo l’artiglieria pesante e ci regala una lettura che anche se infarcita di rimandi a romanzi precedenti fila veloce scorrevole e senza intoppi. Un appunto però alla sempre più spesso distratta gestione dell’editoria: vero è che si comprano meno libri, vero è che i costi lievitano, ma certamente imbattersi in più di un refuso e almeno in un paio di congiuntivi ignorati non fa piacere specialmente ai maniaci della forma. E ahimé, siamo tanti.



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