L’ombra del sicomoro

L’ombra del sicomoro

È il 2 ottobre 1988, domenica, nella zona rurale del Mississippi. Mr Hubbard, Seth Hubbard, vestito del suo abito grigio con il quale di solito presenzia ai funerali, dopo essere andato alla Messa si appende ai rami di un sicomoro con un nodo scorsoio da manuale, una corda con tredici spire e una scala da un metro e ottanta scalciata di lato, prima che il cielo cominci a piangere acqua a più non posso. Il terreno era di sua proprietà, vicino a un ponte sul quale aveva dato appuntamento al suo operaio agricolo Calvin Boggs, che avvisa l’ufficio dello sceriffo Ozzie Walls (uno dei due sceriffi neri del territorio). A casa dell’uomo trovano un biglietto in stampatello con le istruzioni per funerali, sepoltura, niente autopsia e ovviamente la dichiarazione di suicidio. All’arrivo del coroner Finn Plunkett possono procedere e il corpo di Seth Hubbard viene calato a terra. La mattina dopo una lettera giunge a Jake Brigance, avvocato di Clanton, dove vive con la moglie Carla e la figlioletta Hanna in una casetta in affitto da quando la loro casa (e non solo quella) è stata oggetto di pesanti attenzioni (attentati vari, fino alla totale distruzione con il fuoco) durante il processo Hailey. Solo in quattro finirono in carcere a fronte degli oltre dieci coinvolti e Jake continua a telefonare all’FBI per avere aggiornamenti sulle indagini che non arrivano mai. La lettera contiene il testamento olografo di Seth Hubbard che annulla tutti i precedenti...

Mamma mia quanti avvocati! Alla fine si perde il conto e forse il ricordarli tutti, almeno nella prima parte, rappresenta l’unica difficoltà di un libro che, nonostante sia imponente, è scritto, come tutti quelli di John Grisham, con una linearità e una modalità fluide e accattivanti. Purtroppo però una simile sfilata di legali che cercano di salire sul carro milionario (in questo caso quasi 25 milioni di dollari) per una consulenza, per inserire un testimone o un erede, per trovare il modo di avere accesso almeno a una fetta della torta, non è solo caratteristica di un legal thriller... Succede anche nella realtà e senza dubbio Grisham questa realtà la conosce bene. La grande capacità descrittiva e narrativa, la trama intrecciata e misteriosa che solo alla fine presenta una spiegazione, la possibilità di guardare indietro, ma solo quando serve davvero, rende questo romanzo senza un attimo di respiro: ammette al dibattito del procedimento legale, per stabilire quale testamento sia quello legittimo e quali, quindi, i legittimi eredi, un colpo di scena dietro l’altro, fino all’ultimo che è in grado di ribaltare, per l’ennesima volta, ogni esito a cui si è potuto pensare. E per essere proprio precisi non è soltanto il processo a scombinare ogni volta la situazione, prova dopo prova e teste dopo teste, ma fino all’ultima pagina le sorprese sono garantite, con un ultimo colpo di scena inaspettato che va oltre ogni più rosea immaginazione, riportando un grande John Grisham che non smette mai di sorprendere!



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