L’ombra della madre

L’ombra della madre
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Milano, anni ’60. Alba è bellissima, sempre curata, aristocratica nei modi. È intelligente, ha una brillante mente matematica e due lauree. Le due figlie la venerano, si tengono strette a questa donna meravigliosa che le ama d’un amore assoluto. Viola, la maggiore, sembra una miniatura della madre, lo stesso incarnato pallido, composta, brava a scuola. Teresa è leggermente diversa, più sanguigna ma comunque un bonsai delle buone maniere e degli splendidi risultati della madre. Difficile poter essere meno che perfetti, in casa Brot. Dove, peraltro, l’influenza della madre è totale perché il padre Ermanno è quasi sempre lontano, su piattaforme petrolifere in paesi lontani. Le poche volte in cui è a casa, è strano vederli vicini, lei impeccabile lui polveroso e trasandato. A un certo punto, la stranezza si trasforma in distanza, quando i due smettono perfino di dormire nella stessa stanza. Nonostante sia chiaro che il rapporto tra i genitori è compromesso, la vita delle due ragazzine scorre agli ordinati ritmi dettati da Alba, la scuola i bei voti la montagna d’estate. Fino a quell’estate in cui Viola, in procinto di iniziare il ginnasio, mostra i primi segni di malattia. La tempesta investe la famiglia Brot in modo improvviso: i medici la diagnosi le lunghe giornate nella stanza 112 e Teresa sempre più sola, tenacemente attaccata ad Alba che ogni giorno diventa più lontana, lo sguardo più distante, l’abbraccio più tiepido…

Un romanzo durissimo e pieno di dolore, questo. Si direbbe con personaggi splendidi, dolorosi anch’essi, disegnati da mente lucida che ha saputo tanto bene caratterizzarli. E invece, senza nulla togliere alla penna (e al cuore) dell’autrice, questa storia è per lo più autobiografica. Il che, se possibile, la rende ancora più penosa. Perché nella famiglia Brot (alias Corradi) il dolore si aggiunge al dolore: la separazione, il lutto, la voglia di scomparire. Un senso profondo di solitudine pervade queste pagine, quella disperazione che viene dalla consapevolezza che nessuno ci potrà salvare. I libri unico conforto per la figlia, gli psicofarmaci per la madre, i lunghi viaggi per il padre: l’unica anestesia è l’isolamento. Non un amico, un parente, una persona cara che venga a spezzare il circolo vertiginoso di depressione e livorosa voglia di ferire; il male sembra cieco, infinito e immotivato. Ma è proprio su questo tema che s’innesta la conclusione, per fortuna anch’essa autobiografica: Teresa che nei libri ritrova la sua stessa domanda, Teresa che ora comprende la conversione di Manzoni, Teresa che in Pascal e Sant’Agostino trova la via per tornare alla vita. Il senso non è certo quello di un superficiale proselitismo quanto piuttosto di dire a chi soffre: cerca ancora, una risposta da qualche parte c’è.



 

 

 

 
 
 
 

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