L’ombra nel pozzo

L’ombra nel pozzo
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Dopo aver dato – finalmente, verrebbe da dire in tutta onestà – le dimissioni dall’università ed essersi dunque licenziato senza troppi rimpianti, Wu Chen, lettore accanito di romanzi polizieschi, professore ormai del tutto disilluso, drammaturgo anche di una certa rilevanza ma profondamente amareggiato dal mondo degli intellettuali, o presunti e sedicenti tali, e da quello dell’arte in genere, abbandona il teatro, si tira fuori da un matrimonio che esiste da tempo solo ed esclusivamente sulla carta, vende l’appartamento a Xindian, prende le distanze con tatto e diplomazia da tutta una serie di amici di circostanza che sono in realtà dei buoni a nulla con cui non sente di avere alcunché di stimolante in comune, taglia ogni legame, raccoglie i pochi oggetti di valore che gli sono rimasti in casa in un furgoncino, attraversa il tunnel, a dir poco tetro, di Xinhai, alla fine del quale si ritrova sulla famigerata e sperduta Wolong Street, nota solo per i campi di sepoltura che si stendono sulle dolci colline della zona, e, proprio in quella cornice, decide di dare inizio alla sua nuova vita. Un’esistenza da investigatore privato professionista, mettendo a frutto nella vita vera tutto quello che pensa di sapere e di aver capito e che ha appreso tramite le pagine scritte. Con tanto di insegna fuori dalla porta…

Con ritmo fluente e umorismo brillante, intelligente, divertente, raffinato, sottile e a tratti davvero esilarante, la cui cifra stilistica ricorda quella del miglior Woody Allen (quello di Crimini e misfatti, per intenderci), cui bastano pochi rapidissimi cenni, quasi fossero pennellate impressioniste, per descrivere alla perfezione e incontrovertibilmente ambienti, tipi umani e citazioni, mettendone alla berlina con ironia le ipocrite storture e con tenerezza le miserie e le fragilità, Chi Wei-Jan dà alle stampe una storia universale ma al tempo stesso connotata in maniera molto peculiare. Il suo romanzo d’esordio, satirico e molto profondo nell’indagine sia della società che dell’animo umano, appare ben congegnato e complessivamente riuscito, persino a partire dall’evocativo titolo italiano. Il genere poliziesco difatti di per sé, un po’ come l’elegia dei tempi antichi, che poteva essere politica, funeraria o finanche erotica, in realtà essendo così semplice, quasi un algoritmo matematico (c’è un problema da risolvere combinando insieme al meglio i dati, ossia il colpevole di un delitto da assicurare alla giustizia), si presta meglio degli altri ad assumere molteplici e variegate sfumature: il protagonista è un uomo di mezza età, disilluso, un po’ ingenuo e fallito, incline alla depressione ma tuttavia bramoso di dimostrare ancora il suo valore e di cambiare vita, acuto e sagace conoscitore e osservatore della natura umana, anche grazie alla sua passione per il buddhismo e il teatro, dove tutti sono maschere, come nell’esistenza quotidiana, che si trasferisce nel quartiere dei morti dove il numero dei defunti aumenta considerevolmente d’improvviso, e il responsabile sembra essere un assassino dal profilo molto complesso.



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