L’omonimo

L’omonimo
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Gogol Ganguli ignora il motivo reale che ha spinto suo padre Ashoke a dargli il nome di un famoso scrittore russo invece che uno indiano. Da piccolo non è che gli importasse, ma durante gli anni della scuola piano piano ha cominciato a provare un fastidio crescente che spesso ha sfiorato l’imbarazzo e persino la vergogna. Insomma, ti ci vedi a cominciare un approccio con una ragazza con “Ciao, mi chiamo Gogol”? Per il resto non gli è stato difficile integrarsi nel tessuto sociale americano; d’altra parte in America ci è nato, Gogol. Nonostante le resistenze della sua famiglia, nonostante avesse partecipato fin da bambino solo a feste tra bengalesi, nonostante i viaggi periodici (e sempre più subiti) a Calcutta: Gogol è americano a tutti gli effetti. Non lo sa che dietro il suo nome, quel nome che lo fa sentire due volte estraneo – prima per la sua origine indiana e poi proprio a causa di quell’appellativo, che poi è un cognome, così stonato e così russo che lo rende alieno anche rispetto alla sua nascita –, c’è un episodio drammatico che Ashoke ha vissuto sette anni prima che suo figlio nascesse. Ad un libro di Nikolai Gogol Ashoke (e quindi anche suo figlio) deve la vita…

Un percorso circolare impronta l’esistenza del protagonista di questo romanzo di Jhumpa Lairi, esperienza spesso comune ai protagonisti di altri lavori di questa scrittrice americana di origini indiane che con L’interprete dei malanni ha vinto anche un Pulitzer. Gogol attraversa il momento di rifiuto verso tutto ciò che fa capo ai genitori e che loro rappresentano (comprese le origini bengalesi), secondo i percorsi comuni alla crescita, per poi tornare alle radici con una consapevolezza matura, rinsaldata dalle esperienze anche dolorose della vita. È un libro sulla distanza (quella emotiva sempre più dolorosa di quella fisica), sull’emigrazione, sulla perdita delle radici e dell’identità, sulla nostalgia, sul senso di non appartenenza; i temi, autobiografici, cari alla Lairi ci sono tutti. Tuttavia, come nella raccolta vincitrice del prestigioso premio, si avverte la sensazione che qualcosa sia promesso e non mantenuto, come se la narrazione fosse “trattenuta”, per cui la storia appassiona “a singhiozzo” e dopo una prima parte intrigante pare perdere un po’ mordente. La lettura è scorrevole ma il ritmo appena lento e piatto, probabilmente anche a causa della quasi totale mancanza di dialoghi. Non è un libro sgradevole ma nemmeno eccezionale, che però piacerà agli appassionati di storie e tematiche di meticciato. Nel 2006 la regista indiana Mira Nair ha tratto un film da questo romanzo, intitolato Il destino nel nome. Resta, su tutto, il senso globale della scrittura della Lairi, riassunto in una delle sue affermazioni nelle interviste: “Sono cresciuta così in un mondo chiuso dentro un altro mondo”.



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