L’opera al nero

L’opera al nero

È da poco iniziato il XVI secolo quando Henri Maximilien, figlio di un ricco mercante che dotandolo di un contingente di lanzichenecchi gli consentirà di porsi al diretto servizio del Valois e delle sue mire su Milano, lascia il Belgio alla volta della Francia, incrociando lungo il cammino suo cugino Zénon, che, figlio della zia Hilzonde e di uno sventurato amore di gioventù ha lasciato Bruges per erudirsi. Ignorato dal patrigno, Zénon ha potuto dedicarsi sin da giovanissimo a coltivare la propria passione per lo studio e l’indagine empirica, dapprima affidato alle cure del curato Campanus, poi scegliendosi da solo i propri maestri e amici: persone come il barbiere Jean Meyers, che gli dischiude le meraviglie della macchina umana, e lo sfrontato Colas Gheel, visionario e innamorato delle tessiture meccaniche. All’inizio del suo viaggio è convinto che lo attendano quaranta o cinquanta anni al servizio di un chierico anziano e del suo sapere. In capo a vent’anni il racconto della sua vita includerà invece tradimenti, accuse di eresie, tradimenti, disillusioni e le stesse persecuzioni subite dai contadini, gli evangelici, gli anabattisti ad opera della Chiesa di Roma e dei vescovi-militari. Nel corso della sua vita ha scoperto di preferire i corpi simili al suo a quelli delle donne, ha combattuto ignoranze e pregiudizi, si è disamorato gradualmente dell’uomo mappandone i tratti meccanici e le finitezze, ha incontrato grandi pensatori, rivelato gli artifizi di alcuni di loro - come Galeno e i suoi seguaci - curato uomini potenti in cambio della protezione necessaria a condurre i suoi proibitissimi studi, è stato spesso tradito, ha disprezzato, ricambiatone con pari ardore, gli uomini della Riforma e quelli della Contrortiforma…

La religione è vista da Zénon e dalla sua autrice come superstizione, oscurantismo, maldestro tentativo di venire a patti con la finitezza dell’uomo diguisandone la meccanicità dei fini sotto pretese di immortalità o spiritualità. La stessa scelta dello pseudonimo Sebastian Theus che usa in clandestinità ha il sapore di uno sbeffeggio; ogni sua azione è pensata come una deliberata bestemmia alle Chiese, ai loro dogmi e libri sacri. Non vi è alcun tratteggio della “psicologia del personaggio” ma Marguerite Yourcenar riesce con grande potenza di mezzi narrativi a rendere lampanti le ragioni della sua rabbia, la sua ansia di libertà e conoscenza che lo porta ad indagare con un sorta di rabbia crescente le leggi che accomunano il corpo umano e l’Universo. L’opera al nero è la materia prima, il primo passo nel processo alchemico che conduce alla produzione dell’oro, o Grande opera. Il processo di estrazione della materia gialla dalla materia nera è, simbolicamente rapportato in questo squisito arazzo letterario intessuto dalla Yourcenar, al processo di liberazione dell’anima e della mente umane dalle pastoie dell’ignoranza, dal giogo della sudditanza alle cosiddette Leggi divine. Con grande erudizione totalmente scevra da manierismi e nozionismi, l’autrice affronta insieme a uno Zénon sempre meno idealista, in una sorta di flusso di coscienza, l’esistenza di Dio, il fine delle vite umane, il ruolo del libero arbitrio che si spinge (come in Memorie di Adriano) fino al diritto di disporre della propria vita.



 

 

 

 
 
 
 

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