L’Opera dello spazio

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Lontano futuro. Donna Isabella Grayce, ricchissima zitella appassionata di musica e teatro, tesoriera della Lega Operistica, non sta nella pelle. Dopo i trionfi riscossi in tutto il mondo, finalmente la Nona Compagnia di Rlaru debutta al “Palladian”, nella sua città. E lei – che ha fornito un appoggio decisivo all’impresario-capitano di astronave Adolph Gondar affinché quella memorabile tournée avesse luogo – può cercare di convincere due tra i più importanti critici musicali della Terra, Joseph Lewis Thorpe ed Elgin Seaboro, delle grandi qualità artistiche dei musicisti alieni, finora guardati con scetticismo se non addirittura sospetto dagli addetti ai lavori. Tutta la tournée della Nona Compagnia è stata infatti accompagnata da varie polemiche che ruotano tutte attorno a un unico interrogativo: quella troupe è davvero il prodotto genuino di un lontano pianeta o si tratta di un imbroglio montato dallo spregiudicato Gondar e da un gruppo di abili musicisti? Lo spettacolo al “Palladian”, sebbene non privo di mistero e fascino, non chiarisce il dubbio: la musica di Rlaru è difficile da definirsi, sotto alcuni aspetti sembra assolutamente nuova, sotto altri si presenta innegabilmente simile a certe arie terrestri. Thorpe e Seaboro non si sono ricreduti: soprattutto li convince poco la figura di Gondar, avventuriero spaziale improvvisamente convertitosi alla musica classica senza alcuna preparazione accademica alle spalle. Forse soltanto Bernard Bickel, la maggiore autorità mondiale nel campo della musicologia comparata, potrebbe dare un parere definitivo. Donna Isabella Grayce è molto delusa e seccata e quando viene a sapere che alla cena elegante offerta dalla sua vicina Lillian Monteagle è stato invitato anche Bickel costringe suo nipote Roger – un goffo gagà nullafacente che vivacchia in attesa della ricca eredità della zia – ad accompagnarcela. Qui Bickel, “un uomo di bell’aspetto, maturo, dai capelli grigio acciaio, i baffetti arricciati e l’aria sicura di chi è abituato a imporsi a prima vista” che ha viaggiato per la galassia in lungo e largo, confessa di nutrire molti e fondati dubbi sull’esistenza di un pianeta chiamato Rlaru ma ammette che una comunicazione tra popoli di mondi diversi basata sulla musica sarebbe possibile. Questa affermazione fa nascere nella mente di Donna Isabella Grayce un folle progetto: organizzare una tournée operistica spaziale per portare su mondi remoti la musica di Wagner, Verdi, Puccini, Rossini, Mozart…

Da grande umorista qual è, Jack Vance qui gioca con la definizione di “Space Opera” (il sottogenere letterario della Science Fiction che racconta grandi, epiche saghe spaziali) e scrive un divertissement dallo stesso titolo (la trovata si perde del tutto in italiano, ahinoi) in cui l’Opera di cui si parla è proprio la musica lirica, però cantata e suonata nello spazio, su mondi alieni e di fronte a pubblici uno più extraterrestre dell’altro. Per un motivo o per l’altro il sogno di trovare nella musica un minimo comun denominatore tra le civiltà dell’universo, un linguaggio comune, si rivela appunto soltanto un sogno e la prestigiosa compagnia lirica messa su dalla mecenate Donna Isabella Grayce vive avventure rocambolesche e anche rischiose venendo a contatto con civiltà che seguono logiche del tutto diverse dalle nostre. Nel tratteggiare queste civiltà – come si sa – Vance è ineguagliabile. In questo piccolo, divertente gioiellino da leggere in poche ore la sua creatività e la sua ironia sono ai massimi livelli. Uscito nel 1965, il libro è stato pubblicato in Italia da Urania in tre edizioni, delle quali la più recente, datata 2003, funestata da una copertina orribile, è in compenso arricchita da un altro romanzo (Il caso Dacre) e da un succinto “best of” di racconti.



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