L’opera galleggiante

L’opera galleggiante
Estate 1937, principio d’estate sulla East Coast, un Maryland di moli assolati e piccole grandi fabbriche a gestione familiare sulle cui insegne campeggiano voluminosi pomodori o cetrioli in salamoia. Un uomo decide di suicidarsi. Todd Andrews, rampante avvocato scapolo, condivide un residence con un nugolo di curiosi vecchietti. Ogni mattina paga il conto della notte precedente, e lo fa da sempre sebbene viva lì da anni. Endocardite e prostatite i problemi espressi di questo tizio dimessamente sui generis, che un giorno, chiuse le meticolose valutazioni sui pro e i contro affrontate da tempo, decide inderogabilmente e felicemente di togliersi la vita. Ma, evidentemente, qualcosa non va secondo i piani, se nel 1954 lo troviamo ancora alla penna a raccontarci di quel giorno fatidico... 
Un giorno rivissuto attraverso significativi momenti dei quali si intravedono, sapientemente scavate, radici che si prolungano ad anni di distanza e disegnano una vita intera; nella donna che si sveglia nel suo letto riconosciamo la moglie del migliore amico, dietro la paura si scorge l’ombra della guerra di trincea, dalla potenziale morte di Todd emerge la morte del padre. Eppure non c’è gravità manifesta in questo L’opera galleggiante. John Barth è caustico, sardonico nel tratteggiare un antieroe puro - o quasi - profondamente disilluso e qualunquista fino allo spasso. Distrutto dal critico del Times alla sua prima uscita perché considerato pretenzioso e supponente, quello che è il libro simbolo di Barth viaggia su altre e alte frequenze emotive e lessicali, postmoderno e non canonico nell’approccio al tema esistenziale non intende censurarsi altresì nella forma, e dispone addirittura le parole fisiche sulla pagina fuori dagli schemi prestabiliti. Doppi racconti narrati in due colonne affiancate sullo stesso foglio, lettere che volano di periodo in periodo a bordo di fanciullesche mongolfiere, catapultano il lettore in un universo parallelo in cui gli uomini che si prendono ad esempio non sono quelli che millantano valori universali, ma preferiscono proclamare cinicamente «la irresponsabilità di base e finale», perché «niente ha un valore intrinseco, né cose materiali come il denaro o il successo, né astrazioni come l'amore o la verità» eppure si rivelano, alla fine della fiera, gli unici che sperano e lasciano ancora sperare in una intelligenza costruttiva dell’umanità.

 

 

 
 
 
 
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